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Sotto accusa gli ingenti costi delle bici "condivise"
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"Impossibile il bike sharing
senza l'aiuto dello Stato"
ANDREA STERN


Il bike sharing è una buona idea, ma non funziona. "Bisogna ripensare tutto il sistema - sostiene Bruno Storni, vicepresidente nazionale dell’Associazione traffico e ambiente (Ata) -, perché quello attuale non è sostenibile. Costa l’ira di Dio. Sia ai Comuni sia all’utenza. Sono soldi investiti male, tanto varrebbe regalare una bicicletta a ogni singolo cittadino".
I costi sono il tallone d’Achille di un sistema che riesce a essere redditizio solo nelle grandi metropoli. In Svizzera invece le due principali aziende del settore, Velospot e Publibike, faticano a restare a galla. E se non affondano è solo grazie alla generosa mano dello Stato. "Chiaramente - riconosce François Kuonen, direttore di Intermobility Sa, l’azienda cui fa capo Velospot - non sarebbe possibile gestire una rete senza l’aiuto degli enti pubblici. O meglio, sarebbe possibile ma solo facendo pagare abbonamenti da un migliaio di franchi all’anno. Non penso che il normale cittadino sarebbe disposto a sborsare simili somme".
A tal punto, come dice Storni, tanto varrebbe comprarsi una bicicletta invece di condividerla. "Ma per noi la spesa principale - spiega Kuonen - non è legata all’acquisto della bicicletta in sé, bensì al servizio". Quindi alla gestione del sistema informatico, alla pulizia, alle riparazioni, fino al recupero delle biciclette gettate nei fiumi e nei laghi. "Tutte le nostre biciclette - afferma Tuonen - vengono portate almeno una volta al mese in officina, per essere revisionate. È un grande lavoro ma dobbiamo farlo se vogliamo che durino nel tempo".
C’è di buono che, almeno stando ai frequenti comunicati stampa diramati dagli enti pubblici, l’utilizzo del bike sharing sarebbe in costante crescita. Grazie anche a una rete sempre più fitta. Nel Sopraceneri, dove Velospot è presente dal 2016, si contano oggi 122 postazioni per un totale di 603 biciclette, la maggior parte delle quali elettriche. Nel Sottoceneri, invece, la rivale Publibike vanta una rete di 44 postazioni e circa 400 biciclette, la metà delle quali elettriche.
Tuttavia questo apparente successo si basa su tariffe tenute artificialmente basse dalla mano pubblica. Se nel Sopraceneri l’abbonamento annuale per le biciclette elettriche costa solamente 200 franchi (cui si aggiungono 2/4 franchi per ogni mezz’ora di utilizzo), è solo grazie alla volontà dei Comuni della regione di incentivare la mobilità su due ruote. Idem nel Sottoceneri, dove a coprire i buchi interviene pure la Posta (vedi articolo sotto).
"Del resto - riprende Kuonen - anche i trasporti pubblici non si finanziano da soli. Se oggi in Svizzera abbiamo una fitta rete di collegamenti è solo perché lo Stato ha deciso di investire in quest’ambito per fare in modo che tutti possano spostarsi a prezzi non esorbitanti". La diffusione del bike sharing, aggiunge Kuonen, è dunque frutto della medesima volontà politica. "Anche noi - nota - offriamo un servizio pubblico".
Un servizio che è stato sicuramente creato con le migliori intenzioni. "L’idea di condividere le biciclette è buona - conviene Storni -, ma purtroppo la sua applicazione nella realtà è lungi dall’essere ideale". Eppure i Comuni continuano a investire nel bike sharing. L’impressione è che, almeno in parte, lo facciano per darsi un’immagine ecologista. "Se volessero veramente favorire la mobilità su due ruote - conclude Storni - farebbero meglio a investire nella costruzione di piste ciclabili".
a.s.
11.07.2020


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