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Dibattito sul valore, prospettive e ruolo dei media
Immagini articolo
Utile un confronto leale
tra politici e giornalisti
ENRICO MORRESI, GIORNALISTA


Il Caffè è stato giustamente sensibile alla qualità dell’informazione durante le settimane di chiusura dovute alla pandemia, criticando alcuni aspetti della struttura inaugurata a livello cantonale per informare il pubblico, in particolare le conferenze stampa trasmesse in diretta dalla radio e dalla televisione. In un primo articolo, del 5 aprile, il giornale si domandava: "È stata infettata anche la libertà d’informazione?"; in un secondo articolo, dal 17 maggio, si insinuava il sospetto: "Verso la fine del diritto-dovere di informazione" (si badi: senza punto di domanda). In quest’ultimo testo, firmato da Lillo Alaimo, direttore del settimanale, e da Libero D’Agostino, si formulavano domande precise su temi di fondo del rapporto tra stampa e potere, da sempre un punto sensibile anche nelle più collaudate democrazie. Il settimanale ha poi dato spazio a due approfondimenti, di Arnaldo Alberti il 14 giugno e di Gerhard Lob il 21 giugno.
Sgombro il campo da due temi laterali all’oggetto: l’impiego di giornalisti della Rtsi per lo "stato maggiore di crisi" e la presenza dei giornalisti delle varie testate alle conferenze stampa. Sul primo punto si è stati giustamente sensibili e la separazione dei due ruoli, chiara e netta, è stata affermata dalle due parti. L’esperienza della seconda guerra mondiale deve ricordarci quanto difficile può essere conciliare esigenze della politica e informazione dei cittadini (cfr. S. Calvo, L’informazione rifiutata. La Svizzera dal 1938 al 1945 di fronte al nazismo e alle notizie sul genocidio degli ebrei, Zamorani ed., Torino, 2017). Sul secondo punto, l’intervento puntuale dell’Associazione ticinese dei giornalisti (comunicato del 14 aprile) ha condotto al ripristino della presenza fisica dei giornalisti alle conferenze stampa.
Affronto ora i punti più dolenti della denuncia di Lillo Alaimo e Libero D’Agostino nell’articolo pubblicato il 17 maggio.
Prima questione: "Si è obbligati a inoltrare prima le domande via e-mail, quindi senza alcuna possibilità di interloquire, di chiedere in diretta spiegazioni sugli aggiornamenti forniti dalle autorità". La risposta è: l’inoltro preventivo (non obbligatorio) delle domande via e-mail può essere perché il rappresentante dell’autorità si prepari a rispondere in modo esauriente sui punti sollevati; ma nella conferenza stampa il rapporto tra autorità e giornalisti dev’essere libero, la possibilità di replica prevista e garantita. Nessuna limitazione può essere posta alle tematiche che ogni giornalista ha il diritto di sollevare durante l’incontro.
Seconda questione: ["è ammissibile…] che per intervistare un politico bisogna inviare prima le domande e sperare di ottenere una risposta?" Dipende. Per garantire una maggiore precisione nel comunicare su argomenti delicati lo scambio può avvenire più utilmente per iscritto. L’intervista può essere concessa oppure negata; le domande possono essere concordate. La conferenza stampa, invece, è un luogo di immediato confronto (ed eventuale scontro, come le conferenze stampa del Presidente Trump confermano).
Terza questione: ["è ammissibile…] che i politici vogliano addirittura controllare il testo?" Sì, se è previsto dall’accordo che precede l’intervista, in quanto può essere utile a evitare malintesi o imprecisioni. Ma, attenzione: una volta registrata l’intervista, il politico non ha il diritto di modificare le risposte che ha dato. È già accaduto che, per svergognare l’interlocutore, il giornale abbia pubblicato i due testi a confronto, quello registrato e quello modificato.
Quarta questione: ["è ammissibile…] che dei giornalisti siano richiamati per aver reso note delle "criticità" nella gestione dell’urgenza sanitaria? No! Il giornalista è libero di porre le domande e di sollevare i temi che vuole. Sul modo, si può discutere. A me pare, per esempio, che in alcune denunce sul tema delicatissimo delle morti in case per anziani - ma più in provenienza dal pubblico che dai giornalisti - si sia oltrepassato il limite della discrezione e del rispetto: rispetto dovuto anche per la posizione delicata di chi gestisce o lavora in quelle strutture. Non ho l’abitudine di leggere i cosiddetti socials: quello che ho sentito riferire mi ha scandalizzato. Perché ha da essere utilizzato così male, in nome della libertà, un mezzo potenzialmente utile alla democrazia?
Quinta questione: ["è ammissibile…] che si ostenti fastidio e intolleranza verso l’esercizio del dubbio e della capacità di critica?". La risposta è netta: anche i politici hanno diritto alla libertà di parola e quindi possono liberamente esprimersi sulla qualità delle pubblicazioni. Se il confronto è leale, uno scambio sul "come" può essere utile. Le interviste cosiddette "in ginocchio" non servono al politico né a nessuna altra autorità che abbia un concetto corretto del proprio ruolo.
Con tutto il rispetto per le interviste pubblicate durante la crisi del coronavirus (non solo dal "Caffè") - e perciò condizionate dalle limitazioni della libertà di movimento - da osservatore della scena mediatica devo constatare un calo di qualità significativo del genere-intervista. Senza scomodare Oriana Fallaci, le cui interviste rimangono memorabili, e neppure quelle più o meno autentiche di Indro Montanelli, devo dire che le virtualità del genere sono ormai quasi del tutto cancellate dalle possibilità offerte dalla posta elettronica. Chi risponde, oggi, è nascosto dietro la connessione: non vedi, e non puoi raccontare, per esempio, come reagisce alle tue domande. Ricordo di aver voluto sapere, durante un’intervista concessa alla Tsi dallo scomparso cardinale ticinese Gilberto Agustoni, per anni segretario del cardinale Alfredo Ottaviani, come reagisse il famoso porporato rientrando dall’aula del Concilio dove la maggioranza lo contrastava e lo batteva in votazione: lui, l’onnipotente prefetto del Sant’Uffizio. Agustoni sorrise e mi lasciò con un palmo di naso: "Il cardinale aveva due segretari: uno, per così dire, di concetto, con il quale si apriva sulle cose di Chiesa, un altro, che ero io, che si occupava dell’amministrazione e organizzava le sue giornate e le trasferte…". Ma va’! Cancellai domanda e risposta al momento del montaggio, evitando di far passare lui per un bugiardo e me per un ingenuo.
Cose così non accadono più. Forse. Ma è un peccato. * giornalista  (3 - continua)
27.06.2020


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