Le nuove professioni nate nella "società dell'apparenza"
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Professione influencer,
...(forse) è un mestiere
CLEMENTE MAZZETTA, PATRIZIA GUENZI


Se traducessimo "influencer" con il termine più comprensibile di "piazzista", ovvero di chi si occupa di piazzare prodotti commerciali utilizzando le nuove tecnologie, forse il fascino di questa nuova attività si ridurrebbe notevolmente. Invece, oggi, tutti vogliono diventare come Chiara Ferragni, la "fashion blogger" più famosa del momento. Non è solo La città dei mestieri, il nuovo servizio pubblico del Cantone sugli sbocchi professionali per i giovani, che ha organizzato un incontro informativo sulla professione di influencer. Per questa attività  sono già previsti dei corsi universitari. Li promuove, in Italia, Ecampus, l’università telematica che ha messo a punto il primo percorso formativo per chi desidera intraprendere questa professione "con serietà, e una solida preparazione".
"Certamente questa può essere un’attività molto redditizia. Ma per quanto, per chi, in che modo, con quali abilità, con quali prospettive? - commenta Fabio Merlini, direttore  dell’Istituto universitario federale per la Formazione professionale per la Svizzera italiana -. Una professionalità la si conquista con la fatica, con l’esercizio, acquisendo così quelle conoscenze spendibili poi sul mercato del lavoro. Sono più le domande che le risposte per questa che è una delle tante professioni che nascono nella società dell’apparenza". Società che Merlini definisce dell’"estetica triste", della seduzione delle belle apparenze della merce che nasconde le pessime condizioni di lavoro e la precarietà dei suoi piazzisti, pardon dei suoi "fashion bloggers" .
Ma è davvero un mestiere questa professione che consiste nel piazzarsi sul web, acquisire migliaia di spettatori,  di follovers, a cui ammansire consigli commerciali? Può realmente rappresentare uno sbocco occupazionale? Scettica Emanuela Capra, direttrice della Luisoni consulenze, azienda leader in Ticino nella selezione di personale qualificato: "No, certo che non è un lavoro! È più che altro una moda, la cui attrattività per i giovani è data dal fatto di avere visibilità, di avere un innumerevole numero di like". Dalla società del benessere si è scivolati in quella della condivisione, dei "mi piace". In quella che è diventata, per dirla con il sociologo Luca Ricolfi, la "società signorile di massa", dove molti consumano, pochi producono e la gran parte vive al di sopra delle proprie possibilità. "Può eventualmente  rappresentare una professione, un lavoro per chi davvero è ‘influencer’, per chi è un professionista del marketing che dispone di moltissimi follower, il cui unico impegno è essere visibile - aggiunge Capra -. Ma ovviamente non può essere una professione per tutti. E se per un giovane questa rappresenta la massima vocazione professionale, siamo fuori strada". Giovanna Ballabio, orientatrice professionale indipendente, riflette sul cambiamento delle professioni: "Non è più l’epoca in cui si entrava in banca e lì si lavorava per tutta la vita. Probabilmente dovremo abituarci al fatto che l’influencer diventerà presto una professione". Sì, ma non per tutti. "Il fatto che tanti ci provano e in pochi ci riescono, qualcosa vorrà pur dire - riprende Ballabio -. Chi ce l’ha fatta, non è certo uno sprovveduto. Per riuscire, occorre avere un certo tipo di formazione, sono indispensabili competenze e conoscenze, sia di tipo tecnico che sociale. E anche uno spirito autoimprenditoriale e commerciale per riuscire a vendere se stessi".
c.m./p.g.
02.02.2020


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