Il dottor Robotti ricorda la "sua" Giornata della memoria
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'Vi racconto zio Sandro
e l'orrore di Auschwitz'
MAURO SPIGNESI


Una email inattesa, quella di un cugino, un giornalista celebre che non vedeva da quando era bambino, gli ha riportato i ricordi indietro nel tempo. Alla figura di un simpatico zio che viveva a Torino. E che aveva concluso la sua vita dentro uno dei luoghi più terribili tra quelli raccontati dalla storia, il campo di concentramento di Auschwitz. Guido Robotti, medico, radiologo, ed ex presidente dell’Ordine dei medici, è allora andato indietro con la memoria in un flashback che ha sollevato mille souvenir familiari. "Mio cugino, Fabrizio Rondolino, mi aveva rintracciato per informarmi che a Torino sarebbero state poste delle pietre d’inciampo in memoria di Alessandro Colombo, di sua moglie e di sua figlia, morti ad Auschwitz. Alessandro, fratello delle nostre nonne, per noi era lo zio Sandro, che si era sposato relativamente tardi, era molto legato al suo primo nipote, mio padre. E mio padre mi aveva spesso raccontato di quest’uomo tenero e generoso, che con il nipote aveva un legame particolare".
Sandro a vent’anni era andato al fronte nella prima guerra mondiale e poi aveva creato una piccola ditta di imballaggi per dolci a Torino. "Mio padre - racconta Robotti - ci parlava del tempo trascorso nella fabbrica, delle gite al mare ed in montagna, che negli anni trenta del secolo scorso erano eventi speciali, da racchiudere con una foto in bianco e nero".
Alessandro Colombo era il tipico piccolo imprenditore, fedele al Re e alla patria, che lavorava duro, ma sapeva anche godersi la vita. Rondolino ha raccontato che un giorno a Torino incontrò a colazione il signor Motta (quello dei dolci e dei panettoni) "e pagò senza indugio il conto, nonostante la differenza di fatturato tra i due". Lo zio Sandro era così. "Purtroppo per lui - aggiunge Robotti - era ebreo e prima dovette chiudere l’attività e poi venne arrestato". La vita di Sandro Colombo cambiò nell’estate del 1938, con l’introduzione in Italia delle leggi razziali di Mussolini. Allora era già sposato con Wanda e avevano una bambina, Elena, di cinque anni. "In famiglia però raramente si parlava degli eventi tragici e praticamente mai del clima di terrore che tutta la famiglia aveva vissuto in quegli anni, ma spesso si rievocavano i momenti felici", spiega ancora Robotti. Suo zio Sandro fuggì a Forno Canavese. Ma l’8 dicembre 1943 arrivarono i tedeschi. Il 30 gennaio 1944 Wanda e Sandro erano sul treno diretto ad Auschwitz, dove arrivarono il 6 febbraio. Sul convoglio c’erano 605 ebrei. Soltanto venti sono sopravvissuti, fra questi una bambina, Liliana Segre, diventata instancabile testimone della Shoah italiana. Wanda invece non superò la prima selezione e finì nella camera a gas. Sandro visse altri 10 mesi e morì poi forse per tifo o tubercolosi. Strano destino, due mesi dopo i russi entrarono ad Auschwitz. Elena, la loro bimba, fu nascosta in un istituto ma venne trovata dai tedeschi e morì anche lei ad Auschwitz.
"Riguardando gli album di fotografie dei miei nonni - racconta Robotti - ho ricordato che sulla scia di un patriottismo di famiglia tipicamente risorgimentale anche Sandro e mio nonno avevano combattuto tra le fila dell’esercito italiano. E che un fratello maggiore, Arturo, era caduto in combattimento nel 1916 sull’altipiano di Asiago. Ma si sa, la riconoscenza ha la memoria breve, e al posto della società inclusiva per la quale il fratello maggiore aveva dato la vita, poco più di vent’anni dopo vennero promulgate le leggi razziali che la tolsero al fratello minore".
mspignesi@caffe.ch
26.01.2020


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