Il paesaggio delle città trasformato dalla crisi dei negozi
Immagini articolo
Ghost shops simbolo
dei negozi in agonia
MAURO SPIGNESI


C’è chi si ferma, si avvicina con sorpresa alla vetrina e guarda dentro le stanze vuote. Poi scrolla la testa, come dire che non se l’aspettava, e va via. Quel negozio, dove molti erano entrati, dove forse avevano trovato un articolo interessante, non c’è più. Chiuso. Lo dice - come raccontano le foto di questa pagina - il cartello ingiallito. Ed è un’immagine che si ripete, in centro come in periferia, nelle città e nei paesi, dove i "ghost shops", i negozi fantasma, sono ormai diventati parte del panorama. Negli ultimi cinque anni sono scomparsi oltre trecento punti vendita in tutto il Ticino.
Alcuni erano marchi storici, botteghe portate avanti da generazioni che non hanno retto alla metamorfosi degli ultimi anni. Altri, invece, hanno solo cambiato sede, seguendo una tendenza rilevata anche nell’ultimo rapporto sull’immobiliare della società di ricerca Wüest Partner, e cioè un ridimensionamento. In pratica ormai a molti negozianti non serve più avere magazzino, e dunque le grandi superfici di vendita non sono più adatte. Ed ecco perché parecchi hanno cambiato sede, riducendo anche i costi d’affitto, una delle ragioni che ha mandato a fondo parecchie aziende che ormai con la contrazione degli affari non riuscivano più a pagare mensilmente cifre importanti.
Attorno al commercio si è insomma formato un grumo di problemi. Che vanno appunto dagli affitti all’eccesso di punti vendita a una geografia di posizionamento, alcune volte sbagliata perché si sono scelte zone poco adatte allo shopping, agli ordini online che stanno rosicchiando progressivamente importanti fette di affari, sino a problemi che sono irrisolti da anni, come il turismo degli acquisti all’estero (particolarmente sentito in Ticino, cantone di frontiera), gli orari e i parcheggi.  
Tutto questo ha profondamente mutato non soltanto le storiche strade dello shopping, dove un tempo arrivavano (e spendevano), come raccontano gli stessi negozianti, tanti italiani che avevano i soldi nelle banche ticinesi, ma anche i piccoli paesi dove ormai è un’emorragia continua e dove i pochi "eroi" resistono ancora a malapena inventandosi ogni giorno, come ad esempio i piccoli chioschi che la domenica vendono pure il pane. Un impoverimento del tessuto urbano, perché i negozi - come hanno fatto notare i commercianti - sono l’identità di una città. Tuttavia, di fronte alle serrande abbassate, alle luci spente, qualche iniziativa c’è. A Chiasso alcuni commercianti pagano l’Iva per i clienti e il Comune ha riaperto i negozi trasformandoli in centri d’arte o d’animazione in attesa vengano riaffittati. A Mendrisio si finanzia chi abbellisce le vetrine. A Locarno si sta cercando di collegare il centro con la città vecchia, mentre a Lugano pochi giorni fa si sono riuniti i negozianti per sollecitare l’entrata in vigore della nuova legge sul lavoro e le aperture flessibili.
17.02.2019


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