Il movimento pronto ad approvare statuti e organizzazione
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La svolta della Lega
per diventare "partito"
CLEMENTE MAZZETTA


La Lega trent’anni dopo s’interroga sul proprio futuro. E lo fa dopo la scoppola delle elezioni cantonali, dove è scesa sotto il 20% perdendo 4 deputati e dopo l’esito delle Nazionali, dove ha perso un seggio. Lo fa, sentendo sul collo il fiato dell’Udc che sta crescendo alle sue spalle. E con la quale deve inevitabilmente allearsi per contrastare l’area verde-socialista nelle prossime elezioni comunali.
Se ne rende pienamente conto Lorenzo Quadri, unico deputato al Nazionale: "Unire le forze è indispensabile per noi. Questo non vuol dire farsi fagocitare. Dobbiamo mantenere la nostra identità. Non dobbiamo mangiarci i voti uno con l’altro. Dobbiamo crescere assieme, altrimenti non cambia niente". Ma prima delle elezioni comunali, la Lega prepara la svolta. Un avvenimento storico nella sua trentennale vicenda: nuova organizzazione e nuovi statuti. Quelli del 1991, che prevedevano l’elezione a vita di Giuliano Bignasca, sono a dir poco obsoleti. L’obiettivo è darsi un minimo di base "legale" per poter radunare una grande assemblea rifondativa del popolo leghista. Il quadrumvirato allestito alla bell’e meglio nel mese di ottobre composto da Michele Foletti, Boris Bignasca, Roberta Pantani, Norman Gobbi ha solo il compito di condurre il movimento alla scelta inevitabile: strutturasi superando il "partito azienda" dei Bignasca.
L’idea che va per la maggiore è quella di una direzione di tre/quattro persone (come avevano i Verdi) e un parlamentino con i rappresentanti regionali, distrettuali, sezionali. Né più né meno degli altri partiti. Questo parlamentino avrà anche il compito di ratificare o votare le liste elettorali, proporre iniziative, mozioni, lanciare nuove iniziative.
A sei anni dalla scomparsa di Giuliano Bignasca e dopo il ritiro per motivi di salute del fratello, Attilio, dal Gran Consiglio, la scelta più logica per i "colonnelli" è quella di un direttorio. "Sarà l’assemblea di tutti gli eletti e degli appartenenti alla Lega che sceglierà i nomi di chi ci guiderà nei prossimi anni - spiega Pantani che ritiene la situazione complicata, ma non pessima -. La Lega non ha perso e non perderà il suo fascino. Ci sono stati momenti peggiori. Nel 2003 ad esempio scendemmo al 7,5. Quattro anni, nel 2015, abbiamo raggiunto il massimo. Siamo realisti, questa è la nostra forza. Ed è la forza di una realtà politica consolidata". Per i leghisti la perdita del seggio al nazionale di ottobre più che causata da demeriti propri è frutto della congiunzione "contro-natura" fra Plrt e Ppd.
Ma qualcuno più attento, come Michele Foletti, leghista della prima ora, ammette anche qualche errore: "Abbiamo perso il seggio per scarso senso tattico elettorale. Non abbiamo fatto nessuna lista civetta come gli altri. Ci sarebbe bastata una Lega giovane, o una Lega verde per recuperare quelle 150 schede che ci sono mancate. Ma è presto per intonare il nostro de profundis: come dico sempre il nostro successo è dato al 70% dagli errori degli altri e dal 30% dalle nostre capacità". Nella Lega non c’è ancora nessuno che ha proposto di sciogliersi, anche se vecchi esponenti della Lega sociale come Donatello Poggi da tempo criticano l’assenza di iniziative e la prevalenza del "poltronismo", la ricerca dei posti di potere da parte della tradizionale nomenclatura leghista. L’idea del triumvirato che renderebbe la lega simile a un partito come tutti gli altri, non incontra le simpatie di tutti. Quadri, che è rimasto a presidiare il Mattino con un linguaggio che sa fin troppo d’opposizione, commenta: "Se partiamo dal fatto che Bignasca è insostituibile, la direzione collegiale può anche andar bene. Ma il nostro problema è quello delle proposte, dei temi, dei contenuti. Del triumvirato ai ticinesi non importa niente. Non abbiamo ancora fatto il nostro tempo, le nostre battaglie sono ancora attuali, ma siamo diventati troppo partito e troppo poco movimento. Dobbiamo marcare presenza anche su altri temi, oltre a quelli tradizionali". Come dire la lotta contro l’Ue, la battaglia contro la libera circolazione non basta più.
cmazzetta@caffe.ch
22.12.2019


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