Tra i luoghi del leader russo nel racconto del suo popolo
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A San Pietroburgo
sulle tracce di Putin
MARIA MICHELA D'ALESSANDRO DA SAN PIETROBURGO


Sono vent’anni che non abita più qui, eppure lo conoscono tutti a Baskov Pereulok 12, nel centro di San Pietroburgo dove è cresciuto. È come se non se ne fosse mai andato, Vladimir Vladimirovič Putin, da quando il suo predecessore Boris Eltsin salutò il Paese lasciandogli le redini della Russia. Un volto nuovo per la politica, un ex agente del Kgb nominato primo ministro nell’agosto del ’99 diventato il leader russo più longevo dopo Stalin e che con una riforma vuole assicurarsi il potere anche dopo la scendeza del mandato nel 2024. Si insediò nella notte di capodanno di due decenni fa, con i rintocchi dell’orologio del Cremlino che segnavano l’inizio del nuovo millennio e la fine della Russia sovietica. Il cambiamento di un’era politica che non è più andata avanti, ferma a quel giovane intraprendente di poche parole e dal viso pulito.
A quattro anni dalla fine del suo ultimo mandato, i luoghi del passato tornano a bussare alla porta di Vladimir, non ancora disposto a rinunciare al suo potere tantomeno alla sua fama. "Non è un caso che qui lo amino tutti, lavora tanto anche durante le feste, non come gli altri politici". Valentina, 76 anni di San Pietroburgo, è solo una dei tanti pensionati fieri di avere Putin come presidente, soprattuto per aver costruito una nuova Russia. "Nessuno di noi lo eleggerebbe di nuovo però, a 70 anni la testa non funziona più tanto bene, e poi è stanco", continua la donna residente nel quartiere natale di Putin. Da un po’ di tempo, racconta, è diventato un luogo di interesse per i turisti: non solo l’appartamento doveva viveva con i genitori a Baskov Pereulok, ma anche la scuola, la chiesa dove è stato battezzato, entrambe a pochi isolati, e l’ospedale dove è nato.
E poi la palestra di judo dove da giovanissimo si allenava quasi tutti i giorni con il suo allenatore Anatoly Rakhlin, scomparso nel 2013. Dopo la ristrutturazione, nella piccola sala in via Dekabristov 21, all’interno dell’area della residenza della famiglia Yusupov dove venne assassinato Rasputin, non si praticano più le arti marziali. È ad un paio di chilometri dal centro di San Pietroburgo che il club di judo dove si trasferì Vladimir nella seconda metà degli anni Novanta, Turbostroitel, forma i migliori judoka russi. Avrebbe voluto allenare un campione olimpico, ripeteva spesso Rakhlin, considerato non solo uno dei mentori di Putin, ma un secondo padre. "Alla fine anziché un campione è finito per diventare il presidente", spiega con le parole di Rakhlin, Julia Kaliakina, responsabile pubbliche relazioni di Turbostroitel. Tra i corridoi accanto alle palestre, il club custodisce le foto, il kimono e la cintura di Putin, in visita alla fine di novembre 2019 per celebrare i cinquant’anni del club, oggi diretto da Mikhail Rakhlin, allenatore e figlio di Anatoly.
Diversamente dalla disciplina sportiva, però, le regole della politica russa continuano ad essere dettate solo da Putin, criticato spesso dalle nuove generazioni.
"Putin parla già delle elezioni del 2024 anche se sa che non ci sono più da vent’anni", spiega Alex, ventitreenne siberiano.
Un Paese "malato", così lo descrive invece Maria, 47 anni: "La nostra è una dittatura morbida, è come se avessi sempre un po’ di febbre che ti costringe a stare a letto senza però essere mortale". Nella centrale Prospettiva Nevskij mostra un cartello con su scritto, "tutto passa e anche Putin passerà. Ma come? Come Hitler, o come Stalin? Sta a noi la scelta". Si vergogna di essere russa, dice, ma non sarà Putin a fermare le sue proteste: "Il presidente si diverte a fare il dittatore, ma qui non stiamo scherzando, c’è in gioco il nostro futuro".
Dopo il passo indietro di metà gennaio di tutti i ministri del suo governo, e l’intenzione di voler cambiare la costituzione, nessuno sa dire chi ci sarà dopo Putin, un volto e un nome presente in ogni angolo della città e del Paese.
02.02.2020


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