Dal Cile alla Bolivia passando per Ecuador e Argentina
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Sudamerica rovente,
il popolo si ribella
R.C.


Sono cinque Paesi, sei se si aggiunge il Venezuela. In mezza America latina ogni giorno si vivono scontri tra polizia e manifestanti. In un’area geografica storicamente difficile, attraversata spesso da anni di dittature sanguinose e instabilità, dal Cile alla Bolivia, dall’Ecuador al Perù, sino ad arrivare all’Argentina che oggi, 27 ottobre (ballottaggio eventuale il 24 novembre) si avvia al voto presidenziale, è come se qualcuno dall’alto abbia dato il via a una batteria di proteste in piazza.
Alla base delle rivolte la difesa di diritti civili e sociali ma soprattutto il carovita, il basso livello dei salari, le pensioni che non consentono di mettere insieme un’esistenza dignitosa, seppure in molti Paesi la povertà sia calata. In pratica, la gente non riesce più ad andare avanti e anche se qualche riforma è riuscita a soffocare il malcontento, ora non è più così. L’esempio è quello del Cile dove la scossa è arrivata quando, con l’inflazione alle stelle, è stato annunciato l’aumento dei biglietti dei mezzi di trasporto pubblici.
Poi, dopo che il presidente Juan Sebastián Piñera ha mandato l’esercito a soffocare la protesta, la lunga lista di richieste si è moltiplicata. Tanto che venerdì scorso, ottavo giorno di tensioni, almeno un milione di persone sono scese sulle Alamedas del centro di Santiago. Piñera, quasi messo all’angolo anche da malumori interni al suo stesso gruppo (la coalizione di centrodestra Chile Vamos), alla fine è stato costretto a revocare l’aumento del biglietto della metro. Poi, per evitare altre proteste, ha anche promesso una sorta di agenda sociale per puntare ad aumentare pensioni, salari minimi e costo delle prestazioni sanitarie. Basterà?
Ma i riflettori negli ultimi giorni sono puntati anche sull’Argentina, dove si vive una pesante crisi economica e un aumento della povertà. Qui, dopo le elezioni primarie di agosto, si torna alle urne per eleggere il presidente della Repubblica, oltre che - come dice il sistema elettorale del Paese - la metà dei deputati e un terzo dei senatori. Alle urne  33,8 milioni di elettori che devono scegliere fra il candidato peronista di centro-sinistra Alberto Fernández (appoggiato dall’ex presidente Cristina Fernández) e l’uscente, il conservatore Mauricio Macri. Il  Frente de Todos, la coalizione di Fernández, ha già parlato di possibili "frodi elettorali".
In Ecuador, invece, sono arrivati negli ultimi giorni segnali distensivi dopo le sanguinose proteste che per tredici giorni hanno paralizzato il Paese. Lo scontro fra il governo di Lenin Moreno, ampi strati della popolazione ecuadoriana e i popoli indigeni, cominciato con il caro-carburante, è  sulle misure economiche e di austerity annunciate.
Diversa la situazione invece in Perù. Qui la tensione è politica dopo che il presidente Martín Vizcarra ha ordinato lo scioglimento "costituzionale" del congresso ed elezioni per il 26 gennaio. E tutto dopo due no alla proposta di cambiare il processo di selezione del tribunale costituzionale. I generali dell’esercito e della polizia nazionale hanno dichiarato il pieno appoggio a Vizcarra.
Resta alta la tensione anche in Bolivia. Dove il Tribunale supremo elettorale ha ufficializzato i risultati delle elezioni dando la vittoria all’uscente Evo Morales (47,08% dei voti), al potere da 13 anni. Lo sconfitto, Carlos Mesa (36,51% dei voti), non accetta i risultati e i suoi sostenitori sono scesi più volte in piazza anche in questo caso parlando di brogli. Infine, il Venezuela. Il presidente Nicolas Maduro sta cercando di attenuare gli effetti di una profonda crisi che ha portato a numerose proteste. Anche sul fronte dei diritti civili negati.
r.c.
27.10.2019



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