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Reportage dal fronte, gli obiettivi del turco Erdogan
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Il sanguinoso attacco
alla "Terra dell'alba"
LORENZO CREMONESI DA KOBANE


L’attacco turco contro l’enclave curda in Siria - che ha già provocato decine e decine di vittime - era atteso. E tuttavia sino all’ultimo i dirigenti di Rojawa (La terra dell’alba, come l’hanno ribattezzata i curdi negli ultimi anni) speravano che il presidente americano Donald Trump potesse tornare sui suoi passi.
L’attacco curdo segue infatti ad una serie di contatti tra Trump e l’omologo turco Recep Tayyip Erdogan, in cui sarebbero state definite tra l’altro le modalità del ritiro del migliaio di soldati americani che negli ultimi anni hanno affiancato le unità di combattimento turche nella battaglia contro Isis. Lo stesso Erdogan parla di due obbiettivi principali per l’operazione. Il primo è debellare una volta per tutte la presenza di unità armate curde lungo gli oltre 500 chilometri di confine turco-siriano che lui definisce apertamente "terroristi". Il secondo è invece creare una "zona cuscinetto" profonda una trentina di chilometri dove spostare un paio di milioni di profughi siriani fuggiti in Turchia dallo scoppio delle rivolte contro il regime di Bashar Assad iniziate nel 2011.
Ma i dirigenti di Rojawa accusano ormai apertamente di essere stati "pugnalati alle spalle" da parte dell’amministrazione Trump. Loro, che sono sempre stati i maggiori alleati locali della coalizione anti-Isis guidata dagli Stati Uniti, si sentono "traditi", abbandonati. "Sarà una vergogna e un’onta per l’immagine degli Stati Uniti nel mondo. Trump si rivela un alleato inaffidabile, che abbandona gli amici nel momento del bisogno", ribadiscono. Sono ben consapevoli di non poter far fronte alla potenza di fuoco dei turchi. Questi dispongono di uno dei più forti eserciti della Nato, la loro aviazione è equipaggiata con radar e sistemi di puntamento.
E, nonostante tutto ciò, i curdi paiono decisi a resistere. Alcune unità si stanno preparando anche ad operazioni di guerriglia nelle retrovie turche. Non è neppure da sottovalutare la possibilità che unità attive del Pkk (il gruppo militante curdo in Turchia) non possano lanciare attacchi di rappresaglia al cuore delle maggiori città turche. Occorre ricordare che l’anno scorso i curdi cercarono di resistere all’attacco turco contro la loro enclave di Afrin, isolata non lontano da Aleppo, ma vennero pesantemente sconfitti dopo 58 giorni fi battaglia dura.
Una delle conseguenze potrebbe essere la scelta curda di riprendere i contatti diretti con il regime di Assad a Damasco e con i suoi alleati a Mosca e Teheran. "Tutte le opzioni restano aperte. Noi siamo pronti a dialogare chiunque sia disposto ad aiutare il popolo curdo", dicono i loro dirigenti politici a Qamishli, la città più popolosa di Rojawa. Ma intanto le prime azioni della nuova guerra paino indicare bombardamenti e blitz nel profondo delle zone curde, sino alle vicinanze di Raqqa, la ex capitale del "Califfato" in Siria.
Crescono nel frattempo i timori che Isis, sconfitto il marzo scorso nella sua roccaforte di Baghouz, possa approfittare del caos per rimettere radici nella regione. Non è chiaro chi si occuperà dei campi di detenzione dove sino a oggi i curdi chiudevano circa 12.000 uomini combattenti di Isis e in quello di Al Hol, che ospita circa 75.000 tra donne e bambini dei combattenti di Isis. Così la questione Isis torna all’ordine del giorno e i curdi accusano Trump per aver messo in pericolo i successi di almeno tre anni di battaglie comuni.
13.10.2019


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