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Bruxelles ha dato l'ultimatum a Londra sulla Brexit
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Il cronometro dell'Ue
spezza i sogni di Boris
ALESSANDRO CARLINI DA LONDRA


È finito il tempo del rimpiattino, dei bluff e delle accuse. Ora il premier britannico Boris Johnson ha circa una settimana di tempo per mettere sul tavolo le carte di una qualche proposta di accordo sulla Brexit o non ci sarà più tempo per rinegoziare nulla. L’Ue è stata chiara in proposito e non sembra voler lasciar più spazio all’istrionico Boris: il momento della verità diventa il 30 settembre, data entro la quale deve emergere, almeno sotto forma di bozza, una intesa concreta sul divorzio consensuale. Al contrario, o si procede a un nuovo rinvio dell’uscita dall’Unione, ipotesi detestata e respinta più volte dal governo di Londra, o il 31 ottobre prossimo si finisce inevitabilmente allo scenario da incubo chiamato "no-deal", con tutte le conseguenze economiche e sociali prospettate.
Boris quindi cosa fa? Prima tramite un portavoce respinge l’ultimatum di Bruxelles ma poi si è affrettato a spedire almeno le "bozze tecniche" del suo piano, che per molti critici è piuttosto improvvisato. Le prime reazioni dei funzionari europei non sono state soddisfacenti. Le proposte trasmesse non bastano da sole a rappresentare un'alternativa suffciente al "backstop": la controversa clausola, contestata da Londra, di garanzia di un confine aperto post Brexit fra Irlanda del Nord e Irlanda. Le idee sfornate dal cilindro di Boris, sempre secondo l’analisi di Bruxelles, in particolare non assicurano un confine senza barriere doganali in Irlanda, una volta che la Brexit entrerà a regime; non bastano a tutelare la cooperazione economica fra nord e sud ai livelli attuali; né a garantire di preservare l'integrità del mercato unico nell'intera isola irlandese. Tutti nodi quindi che rimangono insoluti e che sono ostacoli per il raggiungimento di una intesa, ancor di più in tempi così rapidi. I colloqui sono comunque destinati a proseguire nei prossimi giorni in un clima che appare sempre più teso. Finito il tempo delle dichiarazioni baldanzose, delle sparate a zero anti-Ue, ora il premier brexiteer appare sotto scacco di fronte alla necessità di essere concreto. Da un lato c’è chi dice che le sue proposte sono volontariamente incomplete perché Boris spera di strappare concessioni dall’Unione. Dall’altra parte, invece, c’è chi lo accusa di essere inadeguato al ruolo che occupa. Del resto la sua scarsa chiarezza di idee, per definirla con un eufemismo, è emersa anche nei recenti colloqui in Lussemburgo: con il successore di Theresa May apparso sorpreso nello "scoprire"' come alcune proposte avanzate in materia di allineamento alle norme fitosanitarie e doganali non basterebbero da sole a garantire l'assenza di barriere post Brexit per tutte le merci in transito fra le due Irlande. Sul futuro politico di Johnson pende anche la spada di Damocle della Corte suprema britannica che a breve si pronuncia sulla legalità o meno della sua decisione di sospendere il Parlamento fino al 14 ottobre per facilitare, secondo i piani del primo ministro, i negoziati con l’Ue, e in realtà per avere mano libera per arrivare a un no-deal. Se il verdetto fosse negativo, potrebbe significare la fine - o l’inizio della fine - della sua premiership dopo neppure due mesi a Downing Street. Il tempo dei giochi di parole è quindi finito e il Regno teme invece di ritrovarsi con un "game over" per il suo governo e la sua economia, tutto ancora una volta causato dalla Brexit e dall’incapacità di un ceto politico nell’affrontarla.
22.09.2019


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