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Nando Dalla Chiesa
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"Ma il fascino dei mafiosi
ancora oggi continua"
STEFANO VASTANO


Suo padre, il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, è stato assassinato dai killer di Cosa Nostra il 3 settembre 1982, quando era prefetto di Palermo. E suo figlio, Nando, dopo un lungo periodo in politica, è oggi uno dei più esperti analisti della criminalità organizzata, e delle forme sempre più perverse dei mafiosi di infiltrare società ed economie. "È che sono tanti, sono sempre di più questi mafiosi - inizia a raccontare al Caffè -, li abbiamo lasciati spargere ovunque, in Piemonte, Lombardia". E in Svizzera come fa emergere l’ultima inchiesta coordinata tra Berna e la Calabria.
Jeans e camicia di velluto, abbiamo incontrato Nando Dalla Chiesa - docente a Milano di sociologia della criminalità organizzata - quando si trovava a Berlino per delle lezioni e conferenze su Rosso mafia, il suo ultimo libro sulle espansioni della ‘ndrangheta, dei clan ionici di Cutro e Isola di Capo Rizzuto, a Reggio Emilia e dintorni. Parliamo della regione delle Ferrari e Lamborghini, e del prosciutto di Parma: di 16 milioni di persone che creano un terzo della produzione agricola e industriale nazionale. Gente che nella Resistenza ha combattuto il nazifascismo. E che ha sempre votato a sinistra, con il Pci, poi Ds e ora il Pd che dal 1948 governa la regione.
Come si spiega allora che un clan di calabresi riesca a colonizzare una civiltà così ricca e progredita? La risposta di Dalla Chiesa è chiara, in un certo senso logica. "Partono da paesini della costa ionica e si infiltrano in altri piccoli paesini presso Reggio Emilia". Veloci, ma senza far chiasso, senza comportamenti appariscenti, "la ‘ndrangheta ha invaso Reggio Emilia, piazzando un bidello in una scuola". È quel che è successo con un mafioso calabrese estradato a Quattro Castella, vicino Reggio Emilia. Entra nella scuola come bidello, e da lì parte la penetrazione del clan. "Infiltrata la scuola - ricorda Dalla Chiesa -, fanno venire altri supplenti dalla Calabria; poi corrompono il farmacista del paese, un infermiere o medico". E prima o poi arrivano a sistemare uno del clan in Comune, per ottenere più facilmente appalti pubblici. "A differenza della camorra o di Cosa Nostra, la ‘ndrangheta è mossa da un forte spirito di espansione, da una strategia di conquista dal basso della società".
Un Boss della ‘ndrangheta di Bollate, vicino Milano, consigliava ai suoi affiliati, come si sa da una telefonata intercettata, "iniziamo dai tombini, da tutti i tombini!". Dalle imprese di pulizia cioè, e poi nei cantieri con i camion per lo spostamento-terra. E, dopo il primo bar, la discoteca e poi sale-gioco e ristoranti vari. Un po’ quanto sta accadendo in Svizzera. "I mafiosi trovano sempre professionisti che collaborano". Per soldi certo, ma anche per "fascino". La storia dei "colletti bianchi" in Emilia-Romagna, che hanno persino il piacere di fare affari con i Boss calabresi, è fra le più scioccanti emersa da Aemilia, il maxiprocesso alla ‘ndrangheta conclusosi nel 2018 con 119 condanne. "Una commercialista di Bologna si diceva entusiasta di conoscere il Boss di Cutro Nicola Grande Aracri".
Resta il più triste quesito, quello dei rapporti tra ‘ndrangheta e sindaci e politici di sinistra in queste regioni. Dove il Pci riscuoteva oltre il cinquanta per cento dei voti. Con paesini famosi in tutto il mondo per i film e le storie di Guareschi su Don Camillo e l’arcigno Peppone, il sindaco comunista. Peccato che la giunta di Brescello, con le sue statue e i bar in piazza dedicati a Don Camillo e Peppone, sia già stata sciolta per associazione mafiosa. "Anche i partiti di sinistra non hanno voluto o saputo affrontare il fenomeno mafioso. Hanno creduto di saper gestire l’infiltrazione dei clan calabresi".
15.08.2020


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