Arturo Brachetti
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'Vorrei morire in scena
proprio come Molière'
ALESSANDRA COMAZZI


Arturo Brachetti, mago, trasformista, 40 anni di carriera, 63 anni, debutto parigino al Paradis Latin, infinite tournée, 5000 volte in palcoscenico, cinque lingue parlate, una galleria di 400 personaggi; infiniti premi, l’ultimo, prestigiosissimo, dal Circolo della Magia di Londra. "Il pubblico svizzero è il migliore del mondo. Sarà perché durante la giornata sono obbligati a essere precisi, posati, ‘svizzeri’ per l’appunto: ma quando vengono a teatro si lasciano andare e ti circondano di un calore straordinario", dice Brachetti, che sarà al Palazzetto Fevi di Locarno il prossimo 28 marzo. Sempre in giro per il mondo, il luogo del cuore è casa sua a Torino: un luogo incantato dove (quasi) niente è ciò che sembra, tra scarpe luccicanti, cappelli cangianti, raggi di sole, trompe l’oeil, porte a scomparsa e violini che suonano da soli.
"Questa casa l’ho pensata come uno spettacolo. Da mio padre ho imparato la manualità, lavoro personalmente ai materiali dei miei numeri, faccio esperimenti, studio stoffe, carte, microfilati, stampaggi, poi mi affido agli artigiani per realizzare i progetti. Continuo a documentarmi, vedo anche venti spettacoli a settimana, vado alle fiere degli effetti speciali. Mi rendo conto di essere maniacale in tutto, luci, suoni: se non fosse così rischierei molto". Chissà se questi 40 anni di carriera lo hanno stancato. "Se mi fermo, mi deprimo. Nel 2004 ho sofferto di ansia: era un anno bellissimo, teatri pieni, soldi, successo, ero persino innamorato. Ma non dormivo, mi veniva la tachicardia. Sono andato dallo psicologo, è utilissimo andarci, lo consiglio, e lui mi ha detto ‘tu hai realizzato i tuoi sogni, sei arrivato in cima alla montagna, e ti chiedi tutto qui? Allora devi scendere, aspettare che le nubi si diradino, vedrai un’altra montagna e la scalerai di nuovo". Quindi, vivo i miei 63 anni chiedendomi che cosa farò in futuro. Il più bel giorno è nel futuro. E deve ancora venire".
Si confida, il mago: "In fondo, mi piacerebbe morire in scena come Molière. Magari si apre per sbaglio una botola. O mi cade in testa un sofà. Spesso sogno che mentre sto volando durante una mia esibizione, un esaltato in platea mi spara e muoio sul colpo, però i macchinisti non se ne accorgono e io continuo a volare, da morto. Ho tante idee in testa: potrei far pagare il biglietto per visitare casa mia e offrire un tè. Potrei diventare conferenziere per raccontare la bellezza della trasformazione ‘Arturo racconta Brachetti’. O potrei tornare al teatro con un ruolo vero, senza orpelli trucchi sotterfugi, come quando feci Puck nel Sogno di una notte di mezza estate di Shakespeare. Intanto ho ricominciato la tournée con il mio spettacolo Solo".
Brachetti ama in modo particolare scoprire nuovi talenti. "Il modo migliore per progredire è vampirizzare il maestro: quando vedo che qualcuno mi vampirizza gli dò corda - dice -. Mi è sempre piaciuto proiettarmi negli altri, inventarmi soluzioni, aiutare chi ha progetti interessanti. La creatività è un giardino che va seminato e innaffiato". Ricorda di aver studiato per sei anni in seminario: "Sono agnostico, aspetto un segno. In fondo al mio cuore vorrei veramente incontrare qualcuno capace di veri miracoli, ma purtroppo con tutti i trucchi che conosco rimango sempre deluso". Il suo lavoro prevede una forma fisica perfetta, non può permettersi nemmeno di prendere un grammo. "Sono fortunato, il trenta per cento è genetica. Ho tre fratelli e abbiamo dovuto fermare mia mamma che voleva lanciarsi col deltaplano. Il quaranta per cento dipende dallo stile di vita, io mangio verdure, pesce bollito; e poi la ginnastica, sempre. L’altro trenta per cento è decidere, con la testa, di avere 20 anni di meno. Infatti non ho amici coetanei, mi parlano solo di prostata".
02.02.2020


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