function iscriviti() {window.open("http://ads.caffe.ch/ppl/","_blank","width=620,"menubar=no","resizable=no","scrollbars=no")};

Tre visioni sul ruolo dei centri sociali nel tessuto urbano
Immagini articolo
"L'autogestione stimola
la crescita della città"
PATRIZIA GUENZI, MAURO SPIGNESI, ANDREA STERN


I centri sociali autogestiti possono contribuire allo sviluppo delle città? Se sì, in che modo? Il Caffè lo ha chiesto, separatamente, a Carmen Leccardi, professoressa di sociologia della cultura all’Università Bicocca e già presidente della European Sociological Association; Luca Bertossa, ricercatore di Mediapulse e responsabile scientifico delle inchieste federali tra i giovani; Francesco Mismirigo, già delegato cantonale all’integrazione degli stranieri.
Una città che vuole crescere deve per forza essere inclusiva, dunque aperta a tante sfaccettature?
LECCARDI: "Con la pandemia sono cresciute le disuguaglianze. Questi spazi alternativi possono essere considerati come una sorgente di inclusione sociale, una ricostruzione di forme di socialità. E poi, paradossalmente, il centro sociale – che alcuni immaginano come il nemico per eccellenza delle istituzioni - può diventare anche (ma non solo) per effetto collaterale un modo per relazionarsi alle istituzioni".
BERTOSSA: "Per crescere bisogna giocoforza includere. Si è costretti a fare esperienza con il prossimo, a condividere, a considerare l’altro. Non si può mettere nessuno da parte".
MISMIRIGO: "Lugano è cresciuta a livello di territorio, ma non di mentalità. Si vanta di avere cittadini di 145 nazionalità, ma mantiene un atteggiamento chiuso e provinciale. È pensata come se fosse solo Piazza Riforma e un po’ di lungolago, con dietro una grande distesa dove la gente va semplicemente a dormire. Se si vuole diventare una grande città bisogna comportarsi da grande città. Quindi affrontare i problemi, a partire dalla necessità di spazi di aggregazione che siano inclusivi anche per chi non è benestante".
Ma i centri sociali autogestiti hanno davvero una valenza sociale e culturale? E, soprattutto, oggi hanno ancora senso?
LECCARDI: "Sino a qualche anno fa i centri sociali erano considerati centri eversivi, oggi invece dove esistono si è capito che possono avere un ruolo importante per quanto riguarda la socialità giovanile, perché hanno garantito forme di integrazione anche nelle periferie. Non solo, sono diventati punti di riferimento in un mondo che spesso è ostile per i giovani".
BERTOSSA: "Sì, i centri sociali hanno ancora un senso. Ce l’hanno nella misura in cui possono muoversi con una certa libertà. All’interno di alcuni paletti chiari e della legalità, sia chiaro. Ma hanno bisogno di autonomia, di indipendenza. Storicamente quello che è diventato un mainstream è nato proprio con esperimenti sociali, a volte anche economici, al di fuori di quello che è il tradizionale agire comune".
MISMIRIGO: "I centri sociali sono cambiati col tempo. Oggi sono dei microcosmi molto eterogenei, composti da giovani, famiglie e meno giovani, anche molto diversi tra loro. Uniscono persone che non si riconoscono nel modello di società dominante. Penso che da questi microcosmi possano emergere riflessioni preziose per una città che vuole essere aperta, moderna".
Ancora oggi?
LECCARDI: "Ancora di più. Abbiamo visto che i lockdown hanno fatto maturare una certa carica aggressiva tra i giovani. In questo senso i centri sociali possono essere quei luoghi che stemperano le tensioni, quasi una zona di decompressione della rabbia".
I centri sociali autogestiti possono avere anche un ruolo di coscienza critica delle nostre città?
BERTOSSA: "I centri sociali possono e devono avere più ruoli. Anche quello di coscienza critica, perché no? Rispecchiano a 180 gradi quello che è l’agire comune. Ad esempio, al consumismo sfrenato, a chi cambia cellulare ogni volta che esce un nuovo modello, contrappongono un modo di pensare e di fare opposto. In sostanza, è come se mettessero la società davanti a uno specchio e le permettessero di autocriticarsi, di mettersi in discussione, di rivalutare pensieri e opinioni. Ecco perché è importante ascoltare queste persone. Il che non vuol dire condividerne il pensiero".
Molti sostengono che i centri sociali autogestiti contribuiscano a sdoganare l’illegalità?
MISMIRIGO: "Con tutte le illegalità che vengono tollerate a Lugano, non credo che l’autogestione sia il problema maggiore. È giusto condannare gli atti di violenza contro persone o cose. Ma d’altra parte è anche giusto che l’autogestione possa gestirsi da sola, senza che le autorità le mettano troppi paletti".
I centri sociali autogestiti devono per forza essere al centro delle città per partecipare al dibattito politico e culturale, oppure possono avere un ruolo anche in periferia?
BERTOSSA: "Non per forza i centri devono essere in centro città. Dal punto di vista inclusivo, ritengo sia irrilevante. Importante però è che siano comunque comodamente raggiungibili. Un po’ come la Rote Fabrik di Zurigo".
MISMIRIGO: "È chiaro che bisogna considerare le esigenze di tutti, a partire dagli abitanti della città. Io per primo non sarei felice di dover trascorrere notti insonni tra rumori assordanti. Però è importante che si riesca a trovare uno spazio nel tessuto urbano. Non per forza in pieno centro, potrebbe essere anche Trevano, Manno o Bioggio. Ma deve essere all’interno del tessuto urbano e non ai suoi margini, come sarebbe al Piano della Stampa, in una delle zone più depresse che io conosca, a pochi metri dai muri del penitenziario cantonale".
In che modo la presenza di un centro sociale autogestito può favorire lo sviluppo di altre attività?
LECCARDI: "Gli spazi autogestiti sono parte delle aree urbane. Noi all’università li abbiamo studiati a lungo in questo contesto definendoli "isole di durata", perché in questi centri si cerca di bypassare la vita del giorno per giorno, la vita esclusivamente legata alle mode del momento, sincronizzata sui tempi del mercato. Si cerca di recuperare il passato e di costruire una idea positiva di futuro. Questo è quello che abbiamo notato studiando queste realtà".
BERTOSSA: "Nella misura in cui è un centro vivo, propositivo, aperto. Allora possono partire la scintilla, l’idea, il progetto. Le nuove idee nascono solo se si lascia la libertà, se non si costringono le persone dentro un recinto prestabilito, un cerchio controllato".
Dunque i centri autogestiti possono essere uno stimolo?
LECCARDI: "Secondo me i centri sociali svolgono un ruolo importante anche in termini di mobilitazione dei giovani. Penso ad esempio alla giustizia climatica e dunque al ruolo di pungolo per la politica. In mezzo all’incertezza generale sul futuro, questa del clima è l’unica certezza, perché se non si interviene sono guai per tutti, si va verso la distruzione. E i giovani lo hanno capito".
03.07.2021


LE FIRME DEL CAFFÈ
Loretta Napoleoni
Loretta Napoleoni
La Cina un Paese-partito
frenato dai suoi leader
Lorenzo Cremonesi
Lorenzo Cremonesi
"Le navi delle ong
attirano i barconi"
Guido Olimpio
Guido Olimpio
La tranquilla città
del killer fantasma
Filippo Ceccarelli
Filippo Ceccarelli
Il governo MaZinga
nella crisi dell'Italia
Luigi Bonanate
Luigi Bonanate
I movimenti verdi europei
colorano la sbiadita politica
Elisabetta Moro
Elisabetta Moro
Un viaggio tra i popoli
sull'idea del nuovo inizio
Luca Mercalli
Luca Mercalli
La protesta dei giovani
dalla piazza vada nelle urne
Chiara Saraceno
Chiara Saraceno
Si pensi anche ai costi
causati da altre limitazioni

IT Illustrazione
Cover stories
Sfoglia l'archivio »
La lettura
Leggi »
Instant book
Leggi »
I racconti
Leggi »
Altre
pubblicazioni


Per le tue vacanze
scopri il Ticino
Vai al sito »



Vai al sito »



Le infografie


I video della settimana
Inviate i vostri video a caffe@caffe.ch

50 anni fa
moriva
Jim Morrison

Tigre:
allarme Onu
sulla carestia

DIREZIONE, REDAZIONE
E PUBBLICITÀ

via B. Luini 19 6600 Locarno
Svizzera

caffe@caffe.ch
+41 (0)91 756 24 00