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Il commento
Il dovere di raccontare
la realtà anche se cruda
LILLO ALAIMO


Sette pagine. Ma ne occorrerebbero il doppio al Caffè per entrare negli angoli più reconditi di questa vicenda. Una storia che, al di là del sospetto dell’omicidio intenzionale di 17 anziani pazienti in fase terminale, pone interrogativi sulla filiera di lavoro all’interno delle strutture sanitarie. Sui controlli, certamente da affinare, per l’uso di alcuni farmaci nella medicina palliativa. Sull’uso, a questo pensiamo, che gli infermieri ne possono fare anche in totale buonafede. "Boli in riserva", così si chiamano, in caso di necessità: forti e inaspettati dolori o anche per l’igiene del paziente
Esistono regole, esistono norme, esistono protocolli… Ma con un minimo di scaltrezza è possibile evitare ogni controllo. Per lo meno nell’immediato e sino a che qualcuno, come è accaduto all’ospedale di Mendrisio, non inizia a nutrire sospetti.
La magistratura non accerterà alcun fatto, stando almeno alla situazione attuale, perché il procedimento contro l’infermiere, suicidatosi a fine maggio, è stato archiviato. Ne resta aperto ancora uno, minore. Una sua giovane collega è accusata, non di omicidio intenzionale ma di tentate lesioni gravi su tre anziani pazienti (tre dei 17).
La perizia medica, che dovrebbe comunque essere portata a termine quantomeno per i casi che riguardano la giovane infermiera, difficilmente riuscirà a fare piena luce. Non esiste un esame autoptico sulle vittime. Anche da qui la difficoltà di arrivare ad una conclusione.
La giovane infermiera - a differenza di altri cinque colleghi sanzionati o licenziati per aver condiviso con il principale imputato immagini e frasi via WhatsApp - è rimasta al suo posto, al lavoro. Il perché non lo si comprende.
Probabilmente l’accusa a suo carico cadrà (è quasi inevitabile dopo l’archiviazione dell’inchiesta principale), ma ciò non giustifica la diversità di trattamento. Da quel che si conosce ufficialmente non c’è stata nemmeno una sospensione. Lo scorso gennaio, alla scoperta della seconda inchiesta penale, l’Ente ospedaliero cantonale rispose al Caffè di essere intervenuto unicamente sui casi conosciuti, quelli sui quali era stato messo ufficialmente a conoscenza.
Ma torniamo alle modalità di lavoro, ai protocolli e alle carenze di controllo.
La vicenda è scoppiata per la segnalazione di uno "stagiaire". Ha notato modi bruschi e grezzi nel lavoro dell’infermiere. Una volta interrogati, i colleghi dell’imputato (si noti bene, impiegato all’ospedale da vent’anni) hanno detto la stessa cosa. Strano, perchè sino ad allora nessuno mai aveva segnalato alcunché alla direzione. Anzi. Da tutti l’infermiere era considerato un buon professionista.
Le due cose fanno a pugni. Dove sta la verità?
Per entrare nella vicenda principale - cioè l’accusa di omicidio intenzionale, quindi il sospetto che l’infermiere fosse un "angelo della morte" - è indispensabile entrare nel cuore della storia. Occorre quindi parlare di milligrammi di morfina e di dormicum infusi in pochi minuti o in un arco di tempo più ampio. E un giornale - nella ricerca della verità dei fatti e specialmente dopo che l’inchiesta penale è stata archiviata - può farlo. Il Caffè ha scelto di farlo nel rispetto dell’anonimato di tutti. Nel rispetto delle famiglie degli anziani morti (che sino a prova contraria sono deceduti per cause naturali) e nel rispetto della famiglia dell’infermiere suicidatosi.
La linea tra la colpevolezza e l’innocenza si gioca sui milligrammi, sui minuti, sui secondi. Quanti milligrammi di morfina, di dormicum in un’ora o quanti nell’arco di pochi minuti o secondi? Stanno proprio in questi dettagli, gli indizi o gli elementi di prova.
Un giornale, una testata giornalistica è parte della vita di una nazione, di una regione. Non è parte della rappresentazione che ognuno vorrebbe se ne facesse. È la realtà ad essere cruda. Non chi la racconta per cercare di capirne le dinamiche.
Ma perchè, a conclusione dei nostri servizi, diciamo queste cose? Perché ci risiamo. Perchè c’è chi, ancora una volta, ha pensato di criticarci (ovviamente ne ha tutto il diritto) e pesantemente con motivazioni da retroscenista politico: forse il Caffè vuol colpire la sanità pubblica. Ecco l’accusa accanto a quella, immancabile, di morbosità.
Siamo appena usciti dal tunnel di un processo  penale (quello per il racconto dei seni amputati per un errore di identità nella clinica privata Sant’Anna di Sorengo) in cui siamo finiti sul banco degli imputati con l’accusa di aver pubblicato quell’inchiesta giornalistica solo perché… nemici della sanità privata.
Il Caffè è stato naturalmente assolto su tutta la linea.
Un giornale racconta la realtà delle cose. Questa volta, come per la vicenda Sant’Anna, lo abbiamo fatto sulla base di informazioni ufficiali, testimonianze documentate e verificate. Lo stesso è accaduto, nell’agosto di un anno fa, per l’inchiesta penale - dormiente da sei mesi - sul sospetto (da parte dell’ospedale Civico e del medico cantonale) che un neurochirugo abbia effettuato "false operazioni" all’interno della clinica privata Ars Medica.
Chi oggi ci accusa di faziosità contro il "pubblico", un anno fa si guardò bene dall’accusarci di accanimento contro il "privato". Né lo fece per la vicenda Sant’Anna. Eppure si tratta di inchieste giornalistiche identiche.
Moralismi a geometria variabile.
11.07.2020


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