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Come lo sport favorisce l'integrazione e la multiculturalità
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Davanti al pallone
siamo tutti svizzeri
MAURO SPIGNESI E ANDREA STERN


Ohne mich, senza di me. Gottlieb F. Höpli, ex caporedattore del Tagblatt, non si sente rappresentato "da una squadra di mercenari e figli di immigrati". Nemmeno quando la Svizzera vince. "La fortuna di un’intera nazione? Non per me", afferma Höpli.
Come lui in tanti - quasi sempre uomini, quasi sempre anziani - faticano ad accettare che a tenere alto l’onore della Svizzera sia una compagine multietnica. Figli di gente scappata dalla guerra in Jugoslavia o dalla miseria in Africa. O semplicemente figli di coppie miste.
"Viviamo in una realtà mista - osserva Bixio Caprara, direttore del Centro sportivo nazionale della gioventù di Tenero -. Per rendersene costo basterebbe guardare le scuole. Proprio l’altro giorno il direttore di un istituto scolastico mi raccontava che nella sua sede sono rappresentate più di quaranta nazionalità".
Una società mista genera una squadra nazionale mista. Sebbene nel calcio i giocatori con un passato migratorio siano in un certo senso sovrarappresentati. "Più che dalle origini – afferma Caprara – penso che dipenda dalla fame, dalla voglia di emergere. Ogni storia personale è diversa ma è chiaro che il giovane di buona famiglia può essere meno capace ad andare oltre ai propri limiti. E per fare quello che la Nazionale ha fatto agli Europei, bisogna sapersi superare".
Senza dimenticare che il calcio è forse lo sport più inclusivo di tutti. "Il calcio ha una soglia di accesso molto bassa – dice Caprara -, ha costi sono molto contenuti. È uno sport popolare, aperto a tutti. Non come per esempio lo sci, che richiede un certo investimento".
Il calcio inoltre è un linguaggio universale. "E lo vediamo dai ragazzi, che sono la nostra speranza - racconta Marco Degennaro, una lunga carriera da direttore sportivo nel calcio professionistico che dopo nove anni al Sion oggi è direttore generale dell’Yverdon -. Per loro non conta il cognome, se è di origine straniera o meno, non conta il colore della pelle. Non si pongono questi problemi che invece si pongono gli adulti. I loro idoli sono Pogba, Embolo, Mbappé".
"Il calcio - aggiunge Degennaro - è uno straodinario strumento d’integrazione perché ha una forte carica mediatica. Le nazionali, sempre più mosaici culturali differenti riunite in valori nazionali condivisi, sono la testimonianza di questa tendenza. Sono un modello contro il razzismo, che non è presente tra i ragazzi ma purtroppo resiste sugli spalti, dove abbiamo visto scene terribili. Qui, nelle curve e nelle tribune, tra i tifosi bisognerebbe lavorare".
Secondo Marzio Conti, a lungo docente di storia ed etica dello sport presso la Scuola professionale per sportivi d'élite di Tenero e presidente dell’associazione Sport for peace, "il calcio è uno stimolo all’integrazione, certo. Quando si vince vanno bene le nazionali multiculturali, quando si perde emergono irritazione e fastidio, soprattutto da persone che non amano e non credono in una società fondata sulla diversità".
Conti con la sua associazione svolge un lavoro di base contro il razzismo. "Lo sport - spiega - ha un valore educativo soprattutto per chi lo pratica. Tra chi lo guarda, cioè le tifoserie, è più difficile far passare certi messaggi. Perché in queste frange affiorano sentimenti e tendenze presenti nel Paese". Una delle critiche alla mancata integrazione è che certi calciatori non cantano l’inno nazionale. "Il nostro inno - osserva Conti - è riflessivo, profondo. Non si presta come quello francese a essere cantato ad alta voce. E poi che vuol dire, chi non canta l’inno è meno svizzero di chi lo canta?!".
Un dilemma. "Gli svizzeri sovranisti - dice Gigi Galli, del Gruppo integrazione Locarno - si chiedono se deve prevalere la soddisfazione per la vittoria della propria nazionale o il timore per la perdita dell’identità autoctona dell’attuale squadra. Certo non è facile per chi sostiene caparbiamente ‘prima i nostri’ accettare il fatto che con i ‘nostri’ non saremmo mai andati così lontani".
mspignesi@caffe.ch             astern@caffe.ch
03.07.2021


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