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Fuori dal coro
Il giornalismo d'inchiesta
difficile, faticoso e possibile
GIÒ REZZONICO


Ed eccoci giunti all’ultima edizione de "il Caffè". In prima pagina spiego le ragioni della chiusura. In questa sede, fuori dal coro, vorrei affrontare la questione delle nostre scelte giornalistiche: un argomento molto dibattuto in questi 27 anni di vita della testata. All’interno della nostra reale indipendenza, abbiamo sempre dichiarato di voler proporre un giornalismo d’inchiesta. Che cosa significa? Iniziamo a dire che il ruolo di una stampa libera svolge un ruolo fondamentale all’interno dei moderni stati democratici: un modello politico che sarà anche in crisi, ma che rimane pur sempre, a seconda dei gusti, il migliore o il meno peggiore finora conosciuto. Le maggiori difficoltà o pericoli del giornalismo d’inchiesta sono quelli rappresentati dal fatto di camminare sempre su un crinale molto ripido e delicato con il rischio di cadere da una parte nella spettacolarità e nel sensazionalismo e dall’altra nel pettegolezzo. E talvolta non è facile stabilire il confine tra il ruolo di servizio alla democrazia del giornalista e il protagonismo. Ritengo che il professionista serio debba rimanere sempre vigile a questo riguardo e continuare a porsi interrogativi per non mai oltrepassare questo limite. E, se lo fa, dovrebbe avere l’onestà di ammettere l’errore.
Una persona che stimo ultimamente mi ha chiesto se pensavo che fosse possibile, in una piccola realtà come la nostra, praticare il giornalismo d’inchiesta. La mia esperienza di giornalista ed editore da quarant’anni può testimoniare che non è facile. Ricordo che Michael Ringier, fra i principali editori nazionali, quando abbiamo iniziato la nostra collaborazione oltre vent’anni fa mi aveva confidato che un editore, se vuol fare bene il suo mestiere, non ha amici: lo posso confermare. Le pressioni sono state davvero tante. Personaggi insospettabili hanno minacciato ritorsioni (cancellare ordini pubblicitari, oppure disdire comande per stampati quando ancora avevamo la tipografia), qualora avessimo continuato a pubblicare notizie che li disturbavano. Alcuni lettori ci hanno rimproverato la pubblicazione di realtà sconvenienti, che, anche se vere, non andavano rivelate: evidentemente non erano pronti a prendere coscienza che viviamo in un Paese non perfetto. Ma l’aspetto più penoso è certamente stato quello di amicizie interrotte a causa della pubblicazione di una notizia non gradita: "Da un amico non mi aspettavo questo". Ci/mi si chiedeva cioè di censurarmi in nome dell’amicizia.
E i rapporti con i partiti? Ci hanno sempre guardati con sospetto. Preferiscono avere a che fare con un nemico dichiarato (almeno si sa da che parte sta), piuttosto che con un editore libero. Ma se le difficoltà sono così tante perché continuare a credere nel giornalismo d’inchiesta? Perché la funzione della stampa in una democrazia è questa. Il direttore di questa testata ed io lavoriamo assieme da 40 anni ed abbiamo sempre condiviso questa visione della professione. Per cui alla domanda: ma il giornalismo d’inchiesta è possibile in Ticino?, rispondo che praticarlo è faticoso e difficile, ma possibile.
03.07.2021


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