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Fogli in libertà
Adesso i medici stranieri
imparino le lingue nazionali
RENATO MARTINONI


Il Tribunale federale ha annullato l’obbligo, prescritto dal Gran Consiglio ticinese, di chiedere la conoscenza di una seconda lingua nazionale ai medici che vogliono ottenere da noi il permesso di esercitare la propria professione. La scelta dei giudici è motivata, almeno dal punto di vista giuridico. Pertanto c’è poco da obiettare. Tuttavia, vivendo in un paese dove le lingue nazionali sono quattro, qualche riflessione diventa necessaria. Intanto un medico è una persona che ha studiato: oltre alla lingua madre c’è da immaginare che sappia l’inglese. Poi un medico dovrebbe essere una persona che ha degli interessi culturali, e che magari è stato all’estero: per specializzarsi, per fare volontariato o come semplice turista. Possibile che non gli sia mai venuta la voglia di studiare un po’ il tedesco, o il francese, o l’italiano? Lingue parlate da oltre duecento milioni di europei? E soprattutto, se un medico, dall’estero, viene in Svizzera a trovare lavoro, dovrà pure adattarsi un pochino alle regole del paese che lo ospita.
Oddio, non è che gli ingegneri germanici che arrivano a Zurigo facciano in genere degli sforzi particolari dal punto di vista linguistico: parlano il tedesco e l’inglese. E chi s’è visto s’è visto. La medesima cosa succede con i banchieri francesi che trovano un posto a Ginevra. Allo stesso modo un medico svizzero tedesco può esercitare la propria professione nel Ticino senza sapere una sola parola di italiano. Basta che accolga nel proprio studio pazienti germanofoni e tutto si risolve bene e in fretta.
Ma la Svizzera è un paese dinamico. Dove ci si muove: per andare a Zurigo ci vogliono poco più di due ore. Dove ci si scambia volentieri qualche informazione. Vero è che fra un ospedale di Lugano e uno di Berna si può parlare in inglese. Ma questo mina gravemente una disponibilità (che è frutto di sensibilità e di fatica) che fa parte della nostra tradizione. Dobbiamo lasciar decidere a chi viene da fuori, e non ha alcuna sensibilità, né politica né culturale, per le differenze linguistiche? Non è che magari gli si possa chiedere, in cambio di condizioni più attraenti, un altro piccolo sforzo per adattarsi a una cultura, quella del rispetto della diversità e della tolleranza linguistica? Pur non sempre funzionando al meglio, questa sensibilità fa comunque parte del nostro dna. Come la mettiamo con i turisti, in un paese di vocazione turistica? Se un medico italiano che opera nel Ticino deve occuparsi di un campeggiatore appenzellese, che cosa fa? Chiama l’interprete o lo manda da un collega che mastica il tedesco? Insomma la questione non riguarda solo il diritto o la grammatica. È un problema serio che nessuno, neanche le leggi, può ignorare.
11.07.2020


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