Fogli in libertà
Storie di partigiani
e ricordi di spray e tv
RENATO MARTINONI


Il 27 gennaio, Giornata della Memoria, sulla casa di una donna, nel Piemonte, una mano ignota ha scritto: "Crepa sporca ebrea". La signora presa di mira non solo è ebrea. È anche figlia di partigiani. Due colpe imperdonabili, nell’Italia dei sovranismi e dell’ignoranza storica, per una ebrea di famiglia partigiana che, c’è da immaginare, lavora, va al caffè, paga le tasse, gioca magari a tombola la domenica all’oratorio e ascolta le canzoni di Iva Zanicchi. La cronaca italiana è riempita quasi giornalmente di offese contro gli ebrei e contro chi ha avuto a che fare, fra il 1943 e il 1945, con l’opposizione al Fascismo. Di scritte con lo spray ("qui vive un ebreo", "partigiano infame", "abbasso la Resistenza"), di lapidi oltraggiate, di svastiche sui muri, e soprattutto di messaggini e di tweet che se fossero tutti seri poveri noialtri. Naturalmente nessuno, pubblicamente, si prende la responsabilità per quello che succede. Anche se basta seguire certi dibattiti alla tv per capire dove stanno le radici di questi spiacevoli, preoccupanti fenomeni.
Pensare che fino a qualche decennio fa poter dire, in Italia, "ho fatto il partigiano" (o "la partigiana") era un grande titolo di merito. Oltre agli studi, all’esperienza, alla lunga militanza in un partito (la Democrazia Cristiana, quello Comunista, quello Socialista, quello Socialdemocratico, quello Repubblicano, perfino per alcuni monarchici), il fatto di avere combattuto contro i Fascisti era un valore aggiunto inestimabile. Basterebbe ricordare la figura, amatissima, di Sandro Pertini, il "Presidente degli Italiani", il partigiano che aveva conosciuto la prigione, il confino e la condanna a morte per il suo impegno contro il regime mussoliniano.
Non che la lotta partigiana non abbia avuto i suoi squallidi lati oscuri. Non ci sono solo eroi e antieroi, santi e mascalzoni. E se da un lato, finita la guerra, c’è chi per ragioni ideologiche ha esaltato la Resistenza oltre ogni ragionevole misura, ci sono stati anche dei grandi scrittori, come Pavese, Calvino e Fenoglio, che, pur stando con i partigiani, l’hanno descritta per quello che era. Del resto in guerra, in barba ai trattati internazionali, non ci sono regole e codici. In un diario ancora inedito, scritto da una donna veneta, si parla di giovani partigiani appesi per la gola, ancora vivi, con gli uncini che usano i macellai. Destinati tutti a "crepare" dopo una lunga e atroce agonia. Essere la figlia di un partigiano, oltre che ebrea, non può essere un motivo di demerito, di derisione o di offesa. Anche a settantacinque anni dalla fine del conflitto, della lotta partigiana e degli eccidi nei lager. Nemmeno nell’Italia dei nazionalismi e dei sovranismi.
16.02.2020



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