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Fogli in libertà
Il terrorista dell'Isis
e la boria di Trump
RENATO MARTINONI


E così gli Americani sarebbero riusciti a stanare il più temibile dei terroristi e a farla finita con i suoi crimini. Il loro presidente ha scelto di parlare dell’evento creando un po’ di suspence. "È successo qualcosa di enorme", ha annunciato urbi et orbi. Con la solita enfasi. Così tutti si sono sintonizzati per ascoltare le sacre parole di Trump. Che sugo ci sarebbe se la notizia non venisse pompata? Il terrorista si è macchiato di delitti inenarrabili. Chi non ricorda le stragi di innocenti o le immagini di uomini inginocchiati davanti a criminali pronti a sgozzarli come porci e che prima di farlo si divertivano a umiliarli? Loro che avevano magari soltanto la colpa di essere nati in Occidente o di avere cercato di aiutare le popolazioni povere del Medio Oriente?
Il terrorista numero uno al mondo sarebbe dunque morto. C’è da sperare che insieme a lui sia morta un’ala feroce dell’estremismo di matrice islamico-radicale. Non solo le modalità dell’annuncio hanno avuto il sapore dello scoop che concentra l’attenzione su una sola persona, anzi su due: il cane-criminale eliminato e il presidente-eroe. Anche la cronaca dell’attacco militare reca con sé tutti i caratteri di una storia che ha più i tratti di una favola all’incontrario che di una realtà che nessuno mai verrà a conoscere. Sappiamo che, quando parlano, i militari sono abilitati a costruire delle loro "verità". "Verità" che con quella vera non hanno necessariamente una relazione.
Il barbuto al Baghdadi non sarebbe soltanto stato ammazzato. Sarebbe morto da codardo, come nessun terrorista (pensiamo a Che Guevara) farebbe mai. Facendosi saltare in aria, una volta che si è visto senza via di fuga, con degli esplosivi. Portando con sé due mogli, tre bambini e chissà chi ancora. Un vero eroe muore combattendo. Un vero eroe si sacrifica per salvare la vita di chi gli sta accanto. Un vero eroe non mostra la schiena ai nemici come facevano (nei film) i pellerossa. Li guarda in faccia e li sfida, mentre muore. Nulla di tutto questo sarebbe successo con il capo dell’Isis. Che questa sia la vera storia non lo sapremo mai. Nessuno può spendere una parola di commiserazione per chi, della violenza e della crudeltà, ha fatto la propria bandiera. Ma noi saremmo più tranquilli se fossimo certi di conoscere come sono andate per davvero le cose. Così o in modo diverso? Purtroppo c’è di mezzo la ragion di stato, e questo si può capire. Meno facile è condividere la lingua di chi, come il borioso presidente degli Usa, trasforma tutto in successo personale e in melma per gli avversari. Neanche al tempo dei gladiatori, che si uccidevano nelle arene, mancavano certe regole. Non è questione di indulgenza. Ma di rispetto della verità.
03.11.2019


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