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Il giorno del dolore
e la morte nella pittura
RENATO MARTINONI


Da quando l’uomo ragiona (si fa per dire) con la mente, e sente con il cuore, il suo rapporto con la morte è perlomeno complesso. Ce lo dicono le testimonianze, spesso strazianti, degli antichi. Lo si vede ancora più chiaramente nel terzo millennio, in una società che finge che la morte non esiste. Dire che la morte è un mistero è oramai una banalità che solo la fede in Dio o la fiducia negli sciamani, che giurano, beati loro, di saper dialogare con l’Aldilà, riesce a scalfire. Pochi di noi si augurano di poter morire e molti fanno di tutto, magari ricorrendo alla scaramanzia, per tenere lontana la Dama della Falce. Che, maledetta!, non cessa un istante di tenerci d’occhio.
Una volta all’anno, però, il calendario annuncia il giorno dei Defunti. Come per miracolo, l’uomo si ridesta da un atavico torpore per ricordarsi di chi un tempo c’era e ora non c’è più. Allora si va con il pensiero ai propri cari. Si cercano le cose che loro ci hanno lasciato. Si accarezzano ricordi infarciti di malinconie. Ci si consola magari pensando al giorno del giudizio. Miliardi di anime sapranno ritrovarsi come il ferro e la calamita. Altri si abbandonano a più grevi pensieri. "Cosa ci sarà, dopo?", si chiedono sentendo il fiato mancare. Qualcuno, tornando al cimitero, è già passato un anno dall’ultima volta, guarda un volto che lo osserva da una foto. Allora i ricordi si mescolano a strani sentimenti. Altri alzano gli occhi su una cappella e trovano versi celebri come quelli di Petrarca: "O ciechi, il tanto affaticar che giova? / Tutti tornate a la gran madre antica, / e ‘l vostro nome a pena si ritrova". A cosa serve scaldarsela tanto, magari con l’illusione di lasciare delle tracce dietro di sé? La "madre antica" è tutta fatta di polvere. I nomi scolpiti nella pietra verranno lavati dalla pioggia. Il ricordo di noi sparirà in un baleno. Amen.
Quanti pittori e scultori hanno voluto rappresentare la morte? I morti di peste, i morti in battaglia, i morti nelle gallerie, i morti in montagna, i morti per amore. Come Cleopatra avvelenata dal serpente. O Paolo e Francesca uccisi con il pugnale. C’è anche chi, la morte, l’ha osservata mentre arriva per rapire qualcuno. Viene alla mente Ferdinand Hodler che ha dipinto in più quadri, e in momenti diversi, la sua donna morente. Sono immagini struggenti che difficilmente si dimenticano. Chi voglia provare un’analoga emozione vada a vedere la mostra delle opere del pittore Franco Francese, allestita da Mario Matasci nel suo Museo di Riazzino. C’è una sala con la moglie dell’artista, ammalata, sofferente, scarnificata, morente, moribonda, morta. Guardare quelle immagini è un bel modo per riflettere. Non solo, come spesso si fa, nel giorno dei Morti.
04.11.2018


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