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Denunciate pressioni sui neo-padri da parte delle aziende
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I papà che rinunciano
al congedo paternità
ANDREA STERN


Non siamo ai livelli del Giappone, dove il 93% degli uomini rinuncia al congedo paternità. Ma anche in Svizzera ci sono padri che decidono di non approfittare delle due settimane che sarebbero loro concesse per legge. "Hai già una donna a casa - si sentono dire -. Un vero uomo non ha bisogno del congedo paternità".
Pressioni. Minacce. Richiami alla società patriarcale. Disinformazione. Sono molteplici - secondo i sindacati - le strategie adottate da alcuni datori di lavoro per rimettere in discussione il diritto a due settimane di congedo dopo la nascita di un figlio. Un diritto - approvato lo scorso 27 settembre dal 60,3% dei votanti - ancora piuttosto modesto rispetto a quanto concedono altri Paesi, più generosi. Eppure per qualcuno anche quelle due misere settimane sembrano troppe.
"Ci sono già stati segnalati una cinquantina di casi - spiega Greta Gysin, consigliera nazionale dei Verdi e co-presidente di Transfair - in cui i padri hanno rinunciato al congedo paternità su pressione dei datori di lavoro. Riteniamo che si tratti solo della punta dell’iceberg. Il fenomeno sommerso è sicuramente molto più ampio".
Va detto che il datore di lavoro non può negare il congedo paternità ai propri dipendenti. Può però persuaderli a rinunciarvi, più o meno spontaneamente. "A subire pressioni - prosegue Gysin - sono spesso dipendenti impiegati in settori mal pagati oppure lavoratori interinali. Persone che si trovano in una posizione debole. Hanno paura di perdere il posto di lavoro e quindi finiscono per cedere ai ricatti".
Altre volte i datori di lavoro fornirebbero false informazioni ai propri dipendenti per cercare di far loro credere che non hanno diritto al congedo paternità. Sebbene il congedo paternità sia un diritto per tutti i lavoratori. E non sia nemmeno le aziende a doverlo sostenere, visto che viene coperto con le Indennità di perdita di guadagno (Ipg).
"Finanziariamente il congedo paternità non è un problema per le aziende - osserva Gysin -. Può forse esserlo a livello organizzativo, soprattutto per le aziende più piccole. Ma la questione verte soprattutto sul fatto che certi datori di lavoro fanno fatica a capire che il mondo è cambiato negli ultimi cinquant’anni".
Oggi anche i padri voglino poter assistere alla nascita dei figli. Vogliono poter stare vicino alle madri, poterle aiutare. Vogliono godersi i primi momenti di vita del figlio. Desideri più che naturali, che però a volte vengono ancora considerati pretestuosi. Si ricorda che durante la campagna di votazione gli oppositori al congedo paternità continuavano a parlare di "due settimane di vacanza", come se accudire un figlio e prendere la tintarella sulla spiaggia fossero la stessa cosa.
Per qualche datore di lavoro evidentemente lo sono. Ed è a causa di costoro che Greta Gysin ha presentato di recente una mozione con la quale chiede che anche ai padri venga concessa una protezione temporale contro il licenziamento, come già avviene per le madri. "La modifica è necessaria - spiega Gysin - in quanto l’esperienza di questi mesi mostra come alcuni padri siano riluttanti a prendere il congedo paternità per paura di subire ripercussioni". Di essere licenziati perché si è usufruito del proprio diritto di stare vicino alla madre in un periodo delicato della vita di coppia. Garantire questo diritto dovrebbe essere il minimo. Del resto già altri Paesi si sono mossi in tal senso, a partire dalla Francia, dove la protezione dei neo-padri dal licenziamento è sancita nella legge sul lavoro.
astern@caffe.ch
03.07.2021


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