Il diario tra i Paesi strategici, viaggio nell'isola di ghiaccio
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La Groenlandia fa gola
alla Cina e all'America
LORETTA NAPOLEONI


La corsa all’Artico non è iniziata da poco, si è soltanto intensificata. Isola strategica importantissima è da sempre la Groenlandia. Nel 1867, il segretario di stato americano, William Seward, ventilò per la prima vota la possibilità di acquistarla quando gli Stati Uniti comprarono dai russi l’Alaska. Nel 1946, l’amministrazione Truman offrì alla corona danese 100 milioni di dollari per l’isola ma l’offerta venne rifiutata. Il presidente americano sostenne che possedere la Groenlandia fosse fondamentale per la sicurezza degli Stati Uniti durante la guerra fredda, così Washington riuscì ad ottenere una base militare strategica a Thule, nella Groenlandia occidentale, dove ancora oggi esiste una stazione spaziale e sistemi di difesa balistici.
Gli Stati Uniti non sono l’unica potenza mondiale interessata alla Groenlandia, nel 2006 la Cina ha cercato di acquistare una vecchia base navale americana, ma è stata bloccata dal governo danese. Due anni dopo Pechino tentò di ottenere i permessi per costruire tre aeroporti, ma non ci riuscì grazie alle pressioni che erano arrivate di Washington.
La Groenlandia fa gola a molti per una serie di motivi che vale la pena analizzare. L’isola fa parte della Danimarca, che insieme a Canada, Finlandia, Islanda, Norvegia, Svezia, Russia e Stati Uniti sono le otto nazioni artiche. Tuttavia ha un’economia notevolmente arretrata rispetto alle altre. Nonostante abbia una superficie grande come la somma di Regno Unito, Francia, Germania, Spagna, Italia, Austria, Svizzera e Belgio, l’economia della Groenlandia è meno di un decimo di quella del Vermont, lo stato con la più piccola economia statunitense. Appena 56mila persone risiedono in Groenlandia la cui attività principale è la pesca e la caccia alle balene, insufficiente a garantire l’indipendenza economica, così il governo danese ogni anno inietta nell’economia 670 milioni di dollari in sussidi.
Lo scioglimento dei ghiacci, però, sta cambiando radicalmente le prospettive economiche della Groenlandia. Al momento il ghiaccio copre circa l’80% dell’isola, rendendo difficile l’estrazione di importanti risorse che l’isola possiede. Secondo gli esperti sotto i ghiacci si trova il 13% delle riserve di petrolio ed il 30% di quelle di gas naturale ancora non scoperte. Ma non basta, la Groenlandia è anche ricca di depositi di minerali tra cui zinco, ferro e terre rare. Tutto ciò fa gola a molti, specialmente agli americani che vogliono porre fine alla dipendenza dalla produzione di terre rare cinesi. Per ora soltanto un’impresa australiana, la Greenland Minerals, è riuscita ad avere concessioni nel sud est per l’estrazione delle terre rare.
Lo scioglimento dei ghiacci ha anche trasformato la Groenlandia in un nodo strategico per il commercio internazionale. L’apertura del passaggio a nord-est ed a nord-ovest ha già ridotto considerevolmente la navigazione da una parte all’altra del pianeta. Ecco spiegato l’inserimento della Groenlandia nella via della seta cinese: si pensi ad esempio alla rotta che congiunge la Cina con il nord Europa, che fino a qualche anno fa doveva necessariamente passare per l’oceano indiano e il canale di Suez. Attraversando l’artico si risparmiano ben 10 giorni di navigazione. L’interesse della Cina va però oltre la via della seta, Pechino vuole avere una presenza nell’artico e partecipare alla corsa alle sue ricchezze.
(4 - fine)
15.09.2019


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