Racconti dalla strana terra tra l'Armenia e l'Azerbaigian
Immagini articolo
Echi di vita e di morte
dal Paese che non c'è
SARA ROSSI


Ashot Avakian vive vicino alla piccola scuola d’arte per bambini di Sisian, cittadina del sud dell’Armenia. Ashot è un pittore affermato, è stato prima allievo poi direttore della scuola. Mostre in Francia, Stati Uniti, Italia non lo hanno fermato nella sua missione: "Preferisco insegnare disegno nel mio villaggio che andare in giro a spiegare i miei quadri in lingue che non parlo", dice. Lavora nel suo atelier, ricavato dentro un’aula della scuola. Meglio sarebbe dire: lavorava.
È oltre un anno che Ashot ha smesso di dipingere. L’ultima opera è un grande affresco per il Matenadaran, il Museo dei Manoscritti armeni che si trova nella capitale Erevan. Poi, nell’aprile del 2016 è andato al fronte durante quei quattro sanguinosi giorni in cui sono ripresi gli scontri alla frontiera con il Nagorno Karabakh. Ashot è un comandante dell’esercito armeno e negli anni Novanta ha combattuto per quella regione che Armenia e Azerbaigian si contendono da sempre: Artsakh, come la gente del luogo chiama il Nagorno Karabakh. Un Paese che non c’è.
"Nessuno dovrebbe sapere cosa è la guerra", dice Ashot, "ma adesso non posso fare a meno di provare a mostrarla. Mostrarne gli orrori: si può fare solo con oggetti segnati dalla violenza, simboli, allusioni, che raccontano molto di più di quello che potrebbe fare un’immagine completa, davanti alla quale tutti vorrebbero solo distogliere lo sguardo". E così, quando gli hanno proposto una mostra a Yerevan (in corso durante questo inverno), ha deciso di creare un’installazione con oggetti raccolti sul terreno dove si svolgevano i combattimenti: un elmetto, un pezzo di ferro arrugginito che un tempo era la portiera di un mezzo blindato, un frantume di quella scuola su cui si è abbattuto un razzo Grad provocando una strage di bambini.
Ashot ha un cugino, German; è un fotografo che ama la gente, guarda e documenta quello che succede. È l’opposto di Ashot: è chiacchierone e frettoloso, si mangia la vita. Ashot se ne sta a Sisian, riflette e contempla, German ha provato a vivere in cinque nazioni diverse, è sempre in movimento, si ferma solo per scattare le sue foto. Lavora per le più grandi agenzie di stampa d’Europa e degli Stati Uniti. Negli stessi giorni in cui Ashot ha inaugurato la sua installazione a Erevan, poche settimane fa, German Aviakian presentava il suo ultimo lavoro fotografico, raccolto in un libro. Lì dentro, German vuole mostrare la vita quotidiana, la forza e la speranza di quel martoriato lembo di terra.
Si intitola Shushi 48 Hours ed è stato presentato in un’osteria frequentata da giovani del posto. Shushi è la capitale culturale del Nagorno Karabakh, città di montagna gravemente colpita dalla guerra, che da alcuni anni cerca di riprendersi, puntando sulle sue risorse culturali e paesaggistiche per attirare turismo. Il Nagorno Karabakh, a seguito del referendum del febbraio 2017, ha adottato il nome ufficiale di "Repubblica dell’Artsakh" ed è così che qui la nominano.
"I protagonisti delle fotografie sono gli uomini e le donne le cui vite sono legate a Shushi", spiega German alla piccola compagnia di persone venute per ascoltarlo. "Chi è stato cacciato di casa, chi è stato forzato ad imbracciare le armi, chi ha visto la propria città in fiamme, chi cerca adesso di rifarsi una vita qui. Io e altri nove fotografi abbiamo trascorso lì 48 ore di fila in cui ognuno era libero di andare dove voleva a cercare le storie che più gli piacevano".
La prima foto, scattata alle 6.24 (le immagini non hanno titolo, solo l’ora dello scatto) mostra una donna che spazza la strada; alle 7.21 il custode di una scuola saluta e alle 7.28 uno sportivo non più giovane comincia ad allenarsi dentro lo stadio. Si vedono i bambini al rientro da scuola, i panettieri al lavoro, il reparto neonatologia dell’ospedale, i soldati per strada e tanta gente nelle proprie case. Si vede il sindaco, l’agricoltore e il costruttore di marionette. Coppie che si sposano.
Alla fine della presentazione qualcuno chiede a German di comprare il libro. "Non è in vendita, è solo da regalare agli amici. È la fondazione Hamazkayin che ha deciso così". Questa organizzazione è stata fondata cinque anni dopo il Genocidio armeno, nel 1920, con lo scopo di preservare l’identità nazionale e la tradizione culturale dentro e fuori la madrepatria. "Shushi è la nostra Gerusalemme", scrive nella prefazione il presidente di Hamazgayin, Spartak Gharabaghtsyan. "Ogni armeno dovrebbe trascorrervi almeno 48 ore. Consideratelo un appuntamento: ci vediamo lì".
21.01.2018


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