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L'analisi
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La Svizzera multietnica
nel mosaico culturale
PIPPO RUSSO, SOCIOLOGO DELLO SPORT


Un Europeo memorabile, comunque vada a finire. A renderlo tale contribuiscono molti fattori: dalla variabile Covid che ne ha determinato lo spostamento di un anno e per tutto lo svolgimento è stato una minaccia costante, alla grande emozione di vedere di nuovo gli stadi popolati; dalla formula policentrica, al ripetuto sovvertimento dei pronostici che ha reso imprevedibile la manifestazione. Ma c’è anche la conferma che il profilo etno-culturale delle rappresentative nazionali è definitivamente mutato, facendosi sempre più composito. È il calcio della globalizzazione, che accoglie l’influenza delle crescenti interconnessioni fra parti anche remote del globo e le proietta sui campi da calcio. Ne sono così espressione le rappresentative nazionali, che un tempo erano la proiezione in campo di una sorta di essenzialismo nazionale e invece adesso sono la vetrina della crescente complessità etno-culturale da cui vengono attraversate le società nazionali. Succede anche alla nazionale svizzera, che dopo aver battuto la Francia al termine di un ottavo di finale indimenticabile ha già vinto il suo Europeo ma non ha certo smesso di sognare. La squadra allenata da Vladimir Petkovic offre il suo contributo al mosaico delle differenziazioni. Ciò che a una certa parte dell’opinione pubblica svizzera fa ritenere che questa squadra non sia pienamente rappresentativa dell’identità nazionale. Polemica non nuova né esclusivamente svizzera. Che è espressione di schemi culturalmente radicati dunque merita di essere presa sul serio. Ma rispetto alla quale è corretto esprimere un rispettoso dissenso, poiché essa insiste a non tenere conto di quanto profondi siano i mutamenti generati dalla globalizzazione del calcio.

Le eredità storiche
In alcuni Paesi il mutamento etno-culturale delle rappresentative nazionali è avvenuto precocemente, in epoca che ancora non era stata toccata dal processo di globalizzazione. Si tratta dei paesi europei che hanno vissuto una vasta e prolungata vicenda da imperi coloniali e poi hanno affrontato il processo di decolonizzazione nel secondo dopoguerra. I paesi in questione sono Belgio, Francia, Gran Bretagna, Olanda, Portogallo. Le loro rappresentative hanno fatto molto presto esperienza di differenziazione, in conseguenza dei flussi migratori provenienti dalle ex colonie e della conseguente e piena integrazione nelle società nazionali, con le prime generazioni di "ex coloniali" che venivano intercettate dai sistemi nazionali della formazione calcistica. Altri grandi paesi europei sono arrivati a maturare questo passaggio seguendo una tempistica differita e di tale traiettoria sono efficaci esempi Italia e Spagna. L’Italia ha avuto un’esperienza coloniale di modesta portata (ma non per questo meno infame che quelle di ampia portata), mentre la Spagna ha visto esaurire la sua già nel Diciannovesimo Secolo. Nel caso di tali paesi i flussi migratori sono arrivato più tardi e non sono stati soggetti a un legame storico-sociale come quello vigente fra ex imperi e ex colonie. Ne è conseguito un percorso di integrazione più tardivo e difficoltoso. Ma infine è avvenuto anche lì e le rappresentative nazionali vi si sono adeguate. E poi ci sono casi unici, come quello svizzero. Un paese plurale per composizione, con lunga tradizione di apertura ai flussi migratori e elevata differenziazione della società nazionale. La sua rappresentativa nazionale non poteva che essere un mosaico e esprimerne la complessità.

Stili nazionali
Anche gli stili di gioco delle squadre nazionali ne hanno risentito. Nel tempo in cui erano espressione di società nazionali omogenee ne erano una cifra di riconoscibilità. Al punto di dar luogo a stereotipi calcistici. Quel tempo è passato. I campionati nazionali sono dei crogioli di sincretismi tattici e il profilo demografico delle società interne comporta l’ibridazione di stili culturali e espressivi. Potevano non risentirne gli stili di gioco nazionali? Il calcio che vediamo giocare oggi sui campi delle grandi manifestazioni per nazioni è un calcio figlio di questa evoluzione da ecumene stilistico globale. Sotto questo profilo la Svizzera era già avanti. Non ha mai avuto uno stile calcistico nazionale riconoscibile, cerca da decenni di far coesistere le diversità interne e spesso ci riesce, ha saputo conquistare un posto di rilievo nel ranking Fifa. Insomma, il modello funziona. Ma allora perché stare a metterlo in discussione? * Docente di sociologia dello sport
03.07.2021


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