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Le lettere agli amici dell'infermiere accusato di 17 omicidi
"Anche i colleghi in corsia
facevano quel facevo io"
R.C.


"Non so come andrà a finire. Fino a settembre ero una persona che faceva una vita normale. Ora sono l’infermiere mostro. Dopo vent’anni di lavoro! Allora… tutti quelli che hanno lavorato con me sono colpevoli". Cosa avrà voluto dire l’infermiere Silvano in questa lettera, una delle tante scritte dal carcere a familiari e conoscenti?
Era inizio febbraio 2019 e da alcune settimane i reati iniziali, maltrattamenti ai danni di alcuni pazienti anziani, si erano incredibilmente appesantiti. Si erano trasformati. Ora l’accusa era quella di ripetuto omicidio intenzionale.
La lettera, la frase di quella lettera riferita ai colleghi, non è passata inosservata. Cosa intendeva dire? Il procuratore Nicola Respini lo ha chiesto all’imputato. Ha ricevuto una risposta vaga. I colleghi vedevano, sapevano delle dosi di morfina fatte prima di spostare i pazienti per l’igiene, così ha risposto Silvano. Questo ha detto e nulla più.
Nella lettera scritta a inizio febbraio era stato più esplicito. "Quei farmaci in pompa siringa… li facevo per non far sentire dolore, per non far sentire loro i sintomi dell’agonia pre morte. Li facevo anche quando dovevo lavarli o muoverli per le cure infermieristiche. Si usava così in reparto". Insomma, il "modus operandi" dell’infermiere Silvano, stando alle sue dichiarazioni sarebbe stato generalizzato e non atto ad accelerare la morte dei pazienti ad uno stadio terminale. "Spero che la giustizia metta sottosopra l’ospedale, come pago io devono pagare anche gli altri". Cosa vuol dire, gli ha chiesto il procuratore? "Anche i colleghi avevano il mio stesso comportamento", ha risposto.
11.07.2020


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