Il ruolo della Svizzera attorno al caso Crypto
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La lunga stagione nera
degli 007 stranieri
MARCO OLIMPIO


Davos, agosto 2019. Cinque mesi prima della conferenza annuale del World Economic Forum (Wef). Due uomini vengono fermati dalla polizia. Hanno una prenotazione di tre settimane. Uno racconta di essere un idraulico. Entrambe esibiscono passaporti diplomatici russi, ma dopo un controllo non risulta che i due fossero registrati come diplomatici. Nonostante i sospetti della polizia vengono rilasciati: non ci sono prove che abbiano commesso reati.
Diversa la realtà. Secondo un articolo del Tages-Anzieger, per le autorità di Berna - che oggi si stanno occupando del caso Crypto - i due erano agenti segreti russi, mandati ad installare equipaggiamento di sorveglianza in una località chiave, in vista dell’arrivo di capi di stato e ufficiali governativi per il Wef. Pronta - ovviamente - la smentita di Mosca.
La campagna rientra in una strategia che punta a colpire i nemici della Russia all’estero e raccogliere informazioni su organizzazioni, personalità e zone d’interesse. Uno scenario dove la Svizzera è stata più volte protagonista. Nel 2018, un rapporto del Servizio di sicurezza federale stimava che circa un quarto del corpo diplomatico di Mosca basato nel Paese facesse parte dei servizi segreti. Sempre nel 2018 i due agenti ritenuti responsabili dell’avvelenamento dell’ex 007 Sergei Skripal a Salisbury, sarebbero passati da Ginevra prima della missione e uno di loro - secondo il sito Bellingcat - avrebbe effettuato viaggi nella Confederazione.
Nonostante la sua politica neutrale, la Confederazione si ritrova al centro di una battaglia dura. Una recente inchiesta pubblicata da Washington Post e dall’emittente tedesco Zdf, ha svelato nuovi dettagli su una vicenda nota quanto intrigante. La Crypto Ag, compagnia basata a Steinheusen, per anni ha venduto equipaggiamenti crittografici compromessi. Il materiale, che doveva essere impiegato per inviare messaggi confidenziali, veniva regolarmente intercettato e letto dalla Cia e dagli agenti di Berlino. La ditta elvetica avrebbe fornito i suoi prodotti a più di 120 Paesi dagli anni 50 fino ai 2000. Un’operazione di raccolta d’informazioni imponente, che evidenzia lo scontro che avviene nell’ambito digitale. L’avanzamento tecnologico nel settore ha dato via a nuovi scenari e trucchi per rubare informazioni dal nemico e colpirlo con maggiore negabilità. Diversi gli episodi negli ultimi anni che vanno dalle preoccupazioni sulla sicurezza della tecnologia 5G di Huawei ad un possibile attacco elettronico dietro il fallimento nel lancio di satelliti iraniani. L’ultimo tentativo, il terzo, risale a questa settimana. Secondo alcune ipotesi dietro ai numerosi flop, oltre a problemi strutturali, potrebbe esserci la mano di Washington. Dubbio alimentato, in passato, dalla pubblicazione su Twitter di una foto ad alta risoluzione del poligono da parte di Trump.
Numerosi anche gli assalti cyber effettuati contro uffici di enti internazionali in Svizzera. Le autorità elvetiche stanno investigando su un evento che ha coinvolto il laboratorio di Spiez a Berna, impegnato nell’analisi delle sostanze impiegate nel caso Skripal per conto dell’Organizzazione per la Proibizione delle Armi Chimiche (Opcw). Storia simile per l’ufficio dell’Agenzia Mondiale Antidoping (Wada), di Losanna, che sarebbe stato vittima di attività di spionaggio russa, comprese incursioni cibernetiche.
16.02.2020


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