L'uomo ricoverato alla Moncucco non era infetto
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Fuori pericolo e dimesso
il paziente di Lugano
PATRIZIA GUENZI


Hanno tutti tirato un lungo e liberatorio sospiro di sollievo. Per primi il direttore della clinica Luganese Moncucco, Christian Camponovo, e lo staff medico infermieristico dell’istituto. E poi il Medico cantonale, gli altri ospedali e le strutture di cura. Un po’ tutto il cantone insomma. Pericolo scampato. Il paziente rientrato dalla Cina che venerdì si era presentato al pronto soccorso della clinica Moncucco con sintomi influenzali, poi ricoverato e messo in isolamento (come da prassi), è infatti "risultato negativo al coronavirus e verrà dimesso". Così ha fatto sapere l’Ufficio del Medico cantonale nel pomeriggio di ieri, 8 febbraio. Se confermato, sarebbe stato il primo caso di coronavirus in Ticino e in Svizzera. Mentre a livello nazionale si stanno trattando attualmente circa 200 casi sospetti.
L’allarme, come detto, è scattato venerdì scorso, nel primo pomeriggio, quando un uomo al suo arrivo alla struttura sanitaria luganese presentava evidenti sintomi influenzali, tosse e febbre. Tempestive le misure precauzionali dopo che l’uomo aveva risposto in modo affermativo alla domanda se avesse avuto contatti recenti con persone affette dal coronavirus o si fosse recato da poco nelle zone colpite dall’epidemia. Immediatamente i sanitari della Moncucco l’hanno sottoposto a un tampone, si tratta in pratica di uno striscio della gola che serve per valutare l’impronta genetica, e poi il paziente è stato ricoverato e messo subito in isolamento in una camera. Per l’esame del tampone si fa capo all’Ospedale universitario di Ginevra. È stato il primo istituto in Svizzera ad essersi organizzato per fare la diagnosi.
Certo, qualche attimo di concitazione e spavento c’è stato alla clinica Luganese venerdì. Tuttavia, tutto era già stato predisposto per l’eventuale arrivo di pazienti "sospetti". Lo conferma al Caffè il direttore della struttura sanitaria, Christian Camponovo: "Da una decina di giorni nella nostra clinica è attivo un protocollo per affrontare proprio una situazione come quella che ci si è presentata venerdì scorso - spiega -. Che ha funzionato molto bene. Abbiamo organizzato una procedura come quella messa in campo ad esempio per la Sars, che è prevista per ogni tipo di virus altamente infettivo". Un iter, quello approntato dalla Moncucco, che garantisce la sicurezza degli operatori e di tutti i pazienti ricoverati nella clinica. "Avendo un pronto soccorso eravamo preparati - aggiunge il direttor Camponovo -. Ecco perché da tempo tutto era già stato predisposto e organizzato".
Predisposto e organizzato ovviamente anche in tutti gli altri ospedali e istituti di cura del cantone. Da quando lo scorso 30 gennaio l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ha dichiarato l’emergenza sanitaria di portata internazionale (Public Health Emergency of International Concern). Una decisione volta a rafforzare il coordinamento internazionale, garantire lo scambio trasparente di informazioni, generare ulteriori mezzi per la preparazione e la lotta all’epidemia di 2019-nCoV (la sigla del coronavirus), rallentarne la diffusione e attenuarne gli effetti.
Anche l’Ente ospedaliero cantonale s’è immediatamente attivato e da tempo ha allestito un protocollo di emergenza che permetta una diagnosi precoce e soprattutto l’isolamento di eventuali casi sospetti. Una prassi, che anche l’Ente aveva già adottato con l’emergentza Sars, una quindicina di anni fa.
L’apparizione di un virus pericoloso non deve significare automaticamente panico globale, si può intervenire con successo. Ma è evidente che le strutture sanitarie devono essere in grado di fare diagnosi tempestive, trattare correttamente i pazienti e soprattutto impedire che il virus si trasmetta ad altre persone.
Vale la pena ricordare che il virus si diffonde attraverso la saliva, con tosse e starnuti; per contatto delle mani che hanno toccato superfici contaminate dal virus con le mucose, come occhi, naso e bocca.
p.g.
09.02.2020


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