La previsione dell'esperto per le "croste" ticines
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I ghiacciai si consumano
come giganti morenti
ANDREA BERTAGNI


Tra vent’anni in Ticino non ci saranno più ghiacciai". Giovanni Kappenberger, glaciologo, guarda preoccupato al futuro. "Di questo passo - continua - ci resteranno solo le fotografie: i primi a scomparire saranno quelli più piccoli, poi toccherà al Basodino". Kappenberger non fa previsioni a caso. Lui sul Basodino ci va spesso. L’ultima volta poche settimane fa. E il bilancio è sempre lo stesso. Arretramento. Un termine per descrivere quello che sta succedendo in cima alle montagne della Svizzera italiana. Una tendenza del tutto simile si sta verificando anche nel resto del Paese. "Solo che da noi lo scioglimento dei ghiacciai - osserva il glaciologo - non avrà chissà quali conseguenze sull’ambiente: in fondo si tratta solo di piccoli massici, per nulla paragonabili a quelli del resto delle Alpi". Dove le ripercussioni saranno ben altre. Come del resto ha fatto notare recentemente l’Accademia di scienze naturali, che per descivere la progressiva riduzione del volume dei ghiacciai elvetici ha spiegato che l’intera superficie della Svizzera potrebbe essere coperta di 25 centimetri con l’acqua discioltasi in 10 anni.
Come tanti giganti morenti pian piano scompariranno sotto i nostri occhi. Ne è consapevole Kappenberger, che da decenni si occupa di misurare la profondità del Basodino. "In media il ghiaccio si scioglie di un metro l’anno". Fatti due conti, significa che del Basodino, oggi profondo 26 metri, tra un paio di decenni non  resterà più niente. Stessa sorte capiterà ai più piccoli Cavagnoli, Corno, Valleggia, Croslina (Campo Tencia) e Bresciana (Adula). Di loro resterà solo il ricordo. Le fotografie. Del resto la ritirata non è solo vistosa. Ma è anche testimoniata dalle misurazioni. Dal 2013 al 2017 il Basodino è arretrato di 50 metri, il Cavagnoli di 37 metri, il Corno di 47, il Valleggia di 37, il Croslina di 10 e il Bresciana di 60. Particolare non da poco, non c’è mai stata nel corso del secolo scorso un’inversione di tendenza. Dal 1892 il Basodino si è accorciato di circa 700 metri e oggi è lungo poco meno di 1,5 chilometri. Il Corno, situato in valle Bedretto, misura 550 metri e non si è mai ristretto nella sua storia così velocemente come negli ultimi 4 anni. Il Cavagnoli nel comune di Bignasco in Vallemaggia ha perso quasi un chilometro di lunghezza dal 1893. Stessa cosa il Bresciana.
Quasi uno scioglimento programmato. Che non mette solo in pericolo le riserve di ghiaccio, ma pure gli escursionisti. Come capitato lo scorso agosto sull’Adula, dove due uomini sono morti precipitando per una sessantina di metri in un crepaccio. "Oggi ci vuole più prudenza - avverte la guida alpina Massimo Bognuda -, prima di salire bisogna informarsi, telefonare ai guardiani o agli esperti. La forma e la struttura dei ghiacciai non sono più quelli di vent’anni fa: se si prende un libro stampato qualche decennio fa è molto facile che l’itinerario non sia più lo stesso. Dieci anni fa si scalava più a sinistra, mentre oggi ci si inerpica dalla parte opposta, a destra".
Ma non è tutto. "Nelle stagioni estive - continua Bognuda - occorre essere ancora di più accorti, lo strato di neve si assottiglia e in numerosi tratti ci si ritrova a camminare con i ramponi sul ghiaccio vivo. Bisogna avere la tecnica, sapere come camminare con i ramponi: chi sceglie di scalare deve sapere che il ghiacciaio è cambiato".
Il progressivo arretramento dei massicci ticinesi va di pari passo con quelli svizzeri dell’arco alpino che la scorsa estate si sono contratti in volume del 2,5%. La situazione sarebbe stata ancora più drammatica senza l’eccezionale innevamento in altura dello scorso inverno, ha sottolineato recentemente l’Accademia di scienze naturali. A soffrire di più sono ovviamente quelli più piccoli. "Molti si stanno proprio disintegrando", hanno concluso gli scienziati.

an.b.
04.11.2018


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