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Rendere pubblici o no i nomi di chi chiede aiuto allo Stato
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Il diritto all'assistenza
tra privacy e "furbetti"
ANDREA BERTAGNI


Rendere pubbliche le informazioni di chi è in assistenza. È questa la proposta che sarà discussa alle Camere federali con l’obiettivo di controllare meglio le risorse pubbliche e offrire ai privati, ad esempio ai proprietari di immobili, un quadro più preciso della persona che si ha di fronte. Un giro di vite che arriva dopo la possibilità, che scatterà in ottobre, di sorvegliare chi beneficia di prestazioni sociali.
Il ricorso ai maggiori controlli non convince però Fra’ Martino Dotta, secondo il quale, così facendo si rischia solo di stigmatizzare chi è in difficoltà. Tutto questo senza risolvere il problema maggiore. Ovvero, migliorare le misure di integrazione sociale.
Anche Alberto Siccardi, imprenditore, si dice scettico ma con sfumature diverse.  Prioritaria, per Siccardi, è piuttosto la verifica dell’allestimento delle pratiche iniziali. Al posto di rendere pubblici i dati delle persone in assistenza, secondo l’imprenditore bisognerebbe fare più controlli a monte e, nel caso di irregolarità, predisporre misure sanzionatorie adeguate.
an.b.


Il problema è a monte andrebbe verificata ogni nuova domanda
Alberto Siccardi Imprenditore, fondatore di Medacta

Non arriverei al punto di rendere pubbliche le informazioni di chi è in assistenza. Tale proposta secondo me si spinge troppo oltre, per cui non mi sento di appoggiarla. Ritengo che la maggior parte delle persone che ricevono l’assistenza ne hanno davvero bisogno e non è giusto che per chi fa il furbo debbano pagare anche coloro che non c’entrano niente. Bisogna prendere in considerazione che la maggioranza di chi è in assistenza va lasciato tranquillo. Tanto più che chi finisce in assistenza vive davvero delle situazioni difficili, che non mi sento proprio di giudicare.
Piuttosto renderei più severe le punizioni per chi sgarra, compresi gli eventuali medici compiacenti. In questo senso sono dell’opinione che andrebbero fatti più controlli a monte, a ogni apertura di una nuova "pratica". È fondamentale verificare l’allestimento delle pratiche iniziali. Bisogna contare sull’onestà dei medici. La serietà sta tutta in questo passaggio. Dopodiché si ritiene che chi beneficia di una prestazione sociale ne abbia tutto il diritto. Detto questo, qualora vengono accertate situazioni disoneste trovo giusto che si possa intervenire con misure sanzionatorie adeguate. Se non ci sono, tanto meglio.
Dico questo perché nella nostra realtà aziendale teniamo alta l’attenzione, ad esempio, per i casi di assenza dal posto di lavoro per malattia. Nella nostra azienda, quando abbiamo questi sospetti, non ci facciamo scrupoli a intervenire, soprattutto in quelle situazioni poco chiare. Ripeto, sono del parere che il problema in generale vada affrontato a monte, quando cioè la persona chiede l’assistenza. È in questo frangente che occorre intervenire se si vuole davvero rendere il sistema più giusto e corretto. Viceversa non ha senso prendersela con la stragrande maggioranza delle persone che è in assistenza solo perché qualcuno agisce in modo disonesto.


Non si può attaccare chi è in difficoltà senza offrire veri aiuti
Fra’ Martino Dotta
Frate cappuccino

Ritengo contraria al rispetto delle persone la proposta di rendere pubbliche le generalità, di chi è in assistenza. È negativa e da non appoggiare. Inoltre, non vedo il motivo per cui bisognerebbe andare in questa direzione, quando gli enti che necessitano di tali informazioni hanno già gli strumenti per farlo, nel rispetto delle persone. Così facendo, si voglia solo stigmatizzare quanti sono in difficoltà, usando il cannone contro la piccionaia. Non è insomma questa la strada per rendere più utile e trasparente l’uso dei mezzi pubblici per gli aiuti sociali. Sono del parere che, prima di tutto, dobbiamo chiederci quale modello sociale vogliamo trasmettere. Io credo che se vogliamo davvero un maggior controllo sociale, occorre prestare migliorare l’attenzione verso chi si trova in difficoltà, in una prospettiva di autentica solidarietà sociale. Quello che non funziona sono le misure di reinserimento lavorativo. È facile dire che ci siano troppe persone in assistenza, quando non sono offerti sufficienti mezzi per il loro rientro nel campo professionale. Sulla base del mio vissuto, troppo spesso, le misure assistenziali bloccano le persone nelle situazioni di disagio. A mancare sono in realtà incentivi per favorire, ad esempio, la ritorno nel mondo del lavoro e la riqualifica professionale. Con la Fondazione Francesco, sosteniamo sovente famiglie in assistenza con figli in formazione, che faticano a coprire le spese generate dal sistema formativo. La "paghetta" di apprendista è conteggiata tra le entrate di queste famiglie, senza tener conto che un apprendistato comporta pure costi supplementari, quali ad esempio per il trasporto o il pasto fuori casa. Sono altresì contrario all’uso di investigatori per stanare i cosiddetti furbi dell’aiuto pubblico. Non mi sembra sano per una società che cerca di agire sulla fiducia e sul rispetto dell’individuo.
08.09.2019


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