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Notiziario statistico Ustat: Indagine congiunturale alberghi e ristoranti, Ticino, terzo trimestre 2017

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IL COMMENTO di Lillo Alaimo
Si esca dalla serra
e si entri nella realtà
Lillo Alaimo


La "ricomposizione sociale" di cui il Ticino ha bisogno, uscito con grande capacità dalla crisi finanziaria ed economica sebbene sulle rovine della razionalità politica, passa prima di tutto da una presa di coscienza collettiva. Vale a dire la consapevolezza che gli ultimi sono stati anni di timori indubbiamente giustificati, ma che una certa politica ha irresponsabilmente alimentato a dismisura, facendosi imprenditrice di paure. Dal lavoro alla disoccupazione, dagli stranieri alla sicurezza. Perdendo di vista le vere sfide... quelle dell’economia digitale, della necessità di percorsi formativi adeguati, di uno stato sociale capace di tutelare i più deboli evitando il perenne sostegno pubblico...
In quest’ultimo anno di legislatura la politica non può restare ingessata dall’ossessione dei frontalieri, delle imprese italiane di confine, dei certificati penali per gli stranieri, dai valichi doganali mezzi chiusi... Né tantomeno può dividersi, anzi spaccarsi sulla riforma fiscale e sulle misure sociali appena passate in parlamento o sul minimo salariale da garantire per contribuire a cancellare la giungla di alcuni settori lavorativi. E fors’anche ad aumentare il reddito disponibile per ciascun nucleo familiare, che in Ticino è sensibilmente più basso rispetto alle altre regioni svizzere.
Soprattutto la sinistra, quel Ps oggi a un passo dalla spaccatura, ha necessità di quella compattezza utile a controbilanciare le politiche di destra più estreme o, detto come lo si è detto in questi anni, le politiche populiste che hanno intaccato tutto e tutti. Chi più, chi meno nell’attesa e nel timore dei confronti elettorali.
La crisi economica - da cui, lo ripetiamo, il Ticino ne esce a testa alta - ha creato baratri di paure e di risentimento. Le politiche di destra hanno colto l’occasione offrendo ai cittadini soluzioni a buon mercato. Protezionismo spicciolo, sovranismo indigeno. Gli "adesivi antifrontalieri" (o pro indigeni, poco o nulla cambia, si è trattato di una grande sciocchezza) sono stati anni fa i prodromi di un fenomeno che ha portato a misure che hanno calpestato leggi e trattati internazionali e che ora rischiano di imbrigliare il mercato del lavoro in ripresa.
In uno studio pubblicato qualche giorno fa, pur riconoscendo al Ticino grande forza propulsiva e creativa, Avenir Suisse mette in guardia dai pericoli dell’"isolazionismo istituzionale" e del "regionalismo politico".
La ricomposizione politica e sociale di cui ora il cantone ha necessità, deve assolutamente cortocircuitare - facciamo solo due esempi - le fratture di una sinistra ancora troppo legata ad antiche lotte ideologiche o le spinte, di fatto protezionistiche, di un Ppd talvolta inadeguatamente sindacalizzato (sua la proposta del controllo sistematico di tutti i permessi di lavoro). Se il fine è più che accettabile, il mezzo scelto rischia ancora una volta di ingessare il tutto.
Mentre l’economia in questi anni ha lottato per uscire dal pantano della crisi, la politica si è persa in un dibattito asfittico. Ha vissuto come in una serra, una vita artificiale nella rincorsa di questa o quell’idea, quasi sempre irrealizzabili perché contrarie al diritto nazionale e internazionale (vedi l’albo degli artigiani). Alcuni hanno persino chiesto di chiudere l’Ufficio di statistica perché con i suoi dati non supportava le teoria dell’esclusione dei lavoratori locali dal mercato.
Sinistra, popolari democratici, liberali... ora mettano le destre populiste fuorigioco. Aggiornino le proprie politiche al momento che stiamo vivendo. Escano dalla serra per condurre una vita reale. Anche e soprattutto nei rapporti con l’Europa, evitando un nuovo braccio di ferro fatto di piccoli ricatti o di dichiarazioni roboanti come quelle di Cassis quando ancora era in corsa per il governo federale... "nei rapporti con l’Ue si schiacci il tasto reset". Frasi dette solo per ingraziarsi fette di parlamento ma che hanno come conseguenze anche quella di mantenere il Paese nella "serra politica".
La ricomposizione sociale di cui si sente necessità passa prima di tutto da una generale presa di coscienza del "reale" che ci circonda e degli errori politici del recente passato. La sinistra, entro cui includiamo anche i Verdi, plasmi nuovi modelli culturali capaci di comprendere il lavoro oggi; i popolari democratici prendano le distanze dalle tentazioni populiste per proporre nuovi concetti di "welfare state"; i liberali radicali elaborino un nuovo rapporto con l’economia capace di creare momenti politici per innovative opportunità di crescita. Solo così l’insignificanza del "sovranismo indigeno", cavallo di battaglia a destra, potrà esser messo all’angolo. alaimo@caffe.ch
14-01-2018 01:00

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