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che il mondo ci invidia
Renato Martinoni


Nel 2011 lo Stato italiano ha celebrato i centocinquant’anni di vita. Sarebbe stata l’occasione per ricordare degnamente l’evento. Non che un secolo e mezzo sia un lasso lungo, se si pensa che altri paesi di anni di esistenza ne contano molti di più. Al di là del fatto che l’Italia, come luogo di civiltà diverse, è terra fra le più anziane (esiste da duemilacinquecento anni, senza essere mai sparita dalla faccia del mondo), anche un compleanno del genere sarebbe comunque stato meritevole di ricordo. Con delle feste. O meglio ancora con delle riflessioni sul senso della nazione. La Lega, che all’epoca era ancora lombarda e al governo, ha fatto di tutto per impedirlo. Perché gioire, dicevano i suoi colonnelli? C’era forse da celebrare l’unione forzata dei Celti con gli Arabi, dei nordici con i sudici, della giustizia con la criminalità? La battaglia del Carroccio contro l’unione politica dello Stato italiano altro non si poteva interpretare che come una guerra al nazionalismo. Quel nazionalismo che sembrava essere morto dopo la caduta del Fascismo.
Verrebbe allora da pensare che in Italia il nazionalismo non esista. Eppure ci sono manifestazioni di fierezza che sanno molto di nazionalismo e che male si sposano con l’avversione all’idea di una nazione "italiana". Una di esse si collega alla moda di dire: "che tutto il mondo ci invidia". Capita spesso, a chi segue i telegiornali o legge i quotidiani italiani, di sentire ripetere da politici, scienziati, manager, creativi, questa curiosa espressione: "che tutto il mondo ci invidia". Al di là del fatto che occorrerebbe essere certi che ce ne sia davvero il motivo, bisognerebbe anche immaginare due cose: che il mondo passi il proprio tempo a guardare ciò che si fa in Italia; e che, invece di rallegrarsi dei progressi e dei risultati, raggiunti o dichiarati tali, l’orbe intero si roda il fegato per il vizio capitale che prova nei confronti del "sistema" Italia e delle sue "eccellenze". Che qualcuno ci caschi, può anche darsi. Che a farlo sia l’umanità intera, è invece poco probabile.
Al mio paese c’era un tempo una famiglia, si direbbe oggi, "problematica". Esimi bevitori, grandi attaccabrighe, sempre in vena di litigare fra di loro, e di menare le mani, con la casa reboante di minacce e di oggetti che volavano. Guai però se qualcuno osava farsi avanti per sedare la contesa! I parenti maneschi sotterravano l’ascia di guerra e si alleavano per dare una lezione al malcapitato intruso. Viene allora da pensare che l’idea di nazione, come quella della pace familiare, deve essere molto relativa. La si può rifiutare o esaltare all’eccesso. Dipende dal momento, dalla convenienza, dalla vanità e, sostengono alcuni, dall’invidia altrui.
19-09-2020 23:30

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