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Chi è
Luigi Bonanate è saggista, professore emerito di scienze politiche all'università di Torino, esperto in relazioni internazionali.
Dire "Verde" significa ecologia, dire ecologia significa ambiente che, a sua volta, vuol dire natura, e la natura non è altro che il colore che di tempo in tempo si è dato alla politica, intesa come campo dell’organizzazione dei rapporti tra concittadini. Il cattolicesimo politico era bianco (e poi anche giallo), il marxismo assolutamente rosso (come anche il socialismo), il fascismo e il nazismo sono sempre stati neri. Oggi, il ruolo del "colori" politici sta incominciando a prendere il posto di quelli naturali. Ciò significa, in primo luogo, che la potenza dei simboli politici storici è declinata, non perché siano "sbiaditi" ma perché non hanno proprio più colore e se ne hanno si tratta sempre almeno della mescolanza di due.
Ma perché un nuovo punto di verde compare, in un certo improvviso momento sulla scena, e dopo aver imparato un po’ per volta le buone (?) vecchie regole della politica, ha cercato di sbocconcellarsele, ritenendo che a un certo punto l’impianto politico tradizionale avrebbe finito per crollare da solo.
Molti sessantottini si ritroveranno poi nei movimenti verdi: ce ne sarà una ragione? Ma al di là della quantità (ma priva di altrettanta qualità) di analisi critiche politologiche e sociologiche, che difatti si esaurirono nella terribile stagione del terrorismo, la scoperta fu "salvare" il movimentismo, e "abbandonare" la politica. La passione progressista si era spenta sotto l’abbraccio della politica tradizionale (quando l’alternativa era parsa diventare: o borghesi o terroristi) e tutti ne fuggirono. Stavano sbocciando le istanze che nel ’68 si chiamavano "libertarie" e puntavano allo scavalcamento delle libertà borghesi (dall’ormai antiquato "fate l’amore non la guerra" agli attuali movimenti di "liberazione" dei gay) a favore di stili di vita che non si rifacevano più ai partiti politici ma all’associazionismo, al comunitarismo (anche) di matrice civile, rivolto alla salvaguardia dell’ambiente di tutti più che alle ricchezze di pochi.
La storia ha le sue strettoie e poi i momenti di rilancio: il ’68 ci ricorda la guerra del Vietnam; il 2001 (e anni successivi) ci ricorderà la guerra in Afghanistan. È l’idea stessa di guerra che è cambiata: la guerra territoriale e d’invasione dell’Afghanistan diventerà praticamente una guerra civile in Iraq e celebrerà i suoi "trionfi" nel massacro siriano. Nessuno dei grandi problemi politico-militari-nazionali-territoriali del mondo era cambiato; ma era intervenuta una grandiosa innovazione: ai giovani (ma non preoccupiamoci solo per il loro futuro, perché invecchieranno anch’essi!) i nuovi problemi non erano stati risparmiati, ma i valori o le priorità individuali sono andate trasformandosi in direzioni edonistiche, soggettive e non collettive. Certo, se non c’è più la classe operaia, i sindacati perdono il loro ruolo e la loro capacità organizzativa; se i partiti smettono di essere "di massa" si rinchiudono in loro asfittiche e anche asfissianti giochi di potere; se i consumi possono crescere più facilmente e la società permette ormai qualsiasi tipo di eccesso (come le droghe e la violenza sessuale) e quasi tutto ormai si è trasformato lo spettacolo, ecco che si apre una nicchia per progetti di vita alternativi.
Non cambia la natura degli esseri umani, ma non c’è dubbio che ci sono dei concerti ai quali un "verde" non andrebbe mai, e altri ai quali andrebbe soltanto un "verde". Nuovi costumi, nuove abitudini, maggiore autonomia dei giovani rispetto all’educazione ricevuta – non per maleducazione ma per superamento dei tempi che furono.
Nato logicamente pacifista, il movimento verde coglie e, alla lunga se ne impossessa, di una innovazione storica di immensa (e forse catastrofica – perché vana – importanza): la difesa dell’ambiente (il primo grande antesignano era stato il Gruppo de I limiti dello sviluppo, di Meadows e c., del 1972), che è sottoposto a sempre maggiori e più gravi insulti da parte dell’umanità – nessuna terra esclusa. L’inquinamento crescente e i corrispettivi dubbi sulla sostenibilità da parte del pianeta favorirono una spontanea aggregazione e presa di coscienza da parte dei giovani, non più gli hippies di trent’anni prima, simpatici ma pasticcioni, ma dei ragazzi tecnologicamente più avvenuti, consapevoli dell’incapacità della politica di risolvere i problemi. Solo le masse (tanto più e tanto meglio se giovani), una volta rese consapevoli dei rischi che tutti corriamo se non affrontiamo la situazione, possono invertire la rotta, perché gli scienziati ci dicono che, almeno, se ci impegneremo ci si salverà. E ciò, a maggior ragione, è nelle mani dei giovani che sono gli unici europei (ma in astratto e alla lunga il discorso varrà per l’umanità intera), nati molto dopo la formazione dell’Unione europea, e si capiscono al volo.
Il loro prossimo, seppure provvisorio, impegno dovrà riguardare la scelta tra partito e movimento: il secondo può trasformarsi nel motore del primo soltanto se i politici lo capiranno. Ma l’uno e l’altro non devono confondersi (come è successo in Italia).
22-05-2021 21:30



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