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Chi è
Nato a Milano nel 1957, come giornalista segue, da oltre 25 anni, le vicende mediorientali dal Libano all'Afghanistan, dal Pakistan all'Iraq.
Oltre 130 migranti morti nelle acque di fronte alla Libia tra il 20 e 22 aprile. L’ennesima tragedia del mare, la cui cronaca viene largamente strumentalizzata in Europa, e specialmente in Italia, per fini politici. Le organizzazioni non governative internazionali (ong) non esitano anche questa volta a condannare il rimpallo di responsabilità tra governi europei, guardia costiera libica e in generale opinione pubblica mondiale distratta dal Covid oltreché dal desiderio di ignorare un problema la cui soluzione offre motivi di polemiche tra il fronte favorevole all’accoglienza e invece quello che vorrebbe regolare, se non bloccare del tutto, gli arrivi.
Per cercare di chiarire i fatti e le circostanze vale la pena di ricordare alcuni dati fondamentali spesso del tutto ignorati. In primo luogo, i numeri. La Libia è storicamente un Paese di accoglienza per i migranti dall’Africa sub-sahariana, ai quali si sono aggiunti negli ultimi anni coloro che fuggono dalla guerra in Siria, Iraq, Afghanistan e più di recente da Etiopia ed Eritrea. Ai tempi di Gheddafi sino alla rivoluzione del 2011 superavano i due milioni, la grande maggioranza residenti in Libia da lungo tempo, ben contenti di lavorare sugli impianti energetici e godere della ricchezza diffusa. Oggi il loro numero secondo l’Organizzazione Onu per le Migrazioni (Oim) e le agenzie umanitarie internazionali sfiora i 700.000, di cui solo una minima parte, forse poco più del 10 per cento, deciso a partire con gli scafisti verso le coste europee. Di questi tra i 10 e 20.000 sono chiusi nei campi di transito controllati dalle milizie. Si tratta di organizzazioni criminali che, in combutta con i trafficanti africani, non esitano a torturare le loro vittime e mandare i filmati delle loro sofferenze alle famiglie rimaste nei Paesi di partenza per ottenere riscatti in denaro. Nessuna ong ha accesso ai loro lager. Sono criminali che hanno potere di vita e di morte sulle loro vittime. Ma è anche vero che i migranti conoscono bene i rischi che corrono. Tra loro si comunicano via cellulare, si passano numeri telefonici di riferimento e informazioni utili. Nonostante ciò, molti non esitano a partire.
Come ha sottolineato di recente in un’intervista al Corriere della Sera, il comandante della missione europea Irini, ammiraglio Fabio Agostini, i campi degli scafisti e i loro traffici nulla hanno a che fare con i quattro o cinque campi ufficiali di transito dei migranti controllati dal governo libico e monitorati dalle agenzie internazionali come Unhcr, Iom, e la Croce Rossa. Qui al primo aprile erano registrate circa 4.300 persone, per lo più migranti "salvati" o "fermati" in mare, a seconda delle interpretazioni, da parte dei Guardia Coste e riportati a terra. Agostini specifica che circa la metà dei navigli libici con il loro personale sono stati addestrati da Sofia (la missione navale europea precedente Irini) in parallelo a quelli addestrati dalla marina italiana. "Sono tutti uomini educati al rispetto dei diritti umani che dal 2017, inizio del loro addestramento, mai hanno sparato ai migranti", precisa.
Con queste premesse, va chiarito che, nonostante le accuse delle Ong, specie Ocean Viking e Alarm Phone, sin dal 20 aprile scorso la Guardia Costiera libica rispose abbastanza velocemente agli appelli per il soccorso dei migranti in mare. Le condizioni meteo erano pessime, con onde al largo che potevano superare i sei metri e vento molto forte. Era dal 3 aprile che non si registravano partenze. La ong Watch the Med segnala allora una barca con 42 migranti a circa 25 miglia dal porto di Zuwara. Le autorità di Tripoli dicono di avere mandato sul posto il pattugliatore Fezzan, che però non trova nulla. A quel punto l’agenzia europea Frontex invia un aereo che individua la barca in evidenti difficoltà.
L’evento più tragico si consuma però il 21 aprile, quando la ong Alarm Phone riceve le chiamate da due gommoni con a bordo rispettivamente 100 e 130 persone a circa 15 miglia dal porto di Khoms. La motovedetta libica Obari salva allora 104 migranti e li riporta a terra. "Siamo in difficoltà con il mare grosso. La nostra unità deve portare a terra i primi salvati e poi proverà a cercare gli altri naufraghi", dicono i libici. Non riusciranno però a trovarne altri. Tra i recuperi ci sono anche le salme di una donna e un bambino. È allora che viene richiesto l’intervento delle autorità italiane, maltesi e delle ong. Almeno quattro navi giungono nel tratto di mare. Ma non vengono individuati sopravvissuti. La Obari torna sul posto, sebbene sia di una stazza pari alla metà della Ocean Viking. Ma ormai nel mare si intravedono solo salme e relitti.
Come mai gli scafisti sono partiti nonostante il meteo tanto avverso fosse noto da molti giorni? A Tripoli le autorità ribadiscono che la presenza delle navi delle ong continua a funzionare come "fattore d’attrazione". Le ong condannano invece la passività libica ed europea. "Questa tragedia era evitabile. Occorre che la Ue ripristini le attività di soccorso in mare", affermano. Il braccio di ferro continua.
01-05-2021 21:30



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