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Lorenzo Cremonesi
I nuovi pirati del mare
sono gli scafisti armati
Lorenzo Cremonesi
Chi è
Nato a Milano nel 1957, come giornalista segue, da oltre 25 anni, le vicende mediorientali dal Libano all'Afghanistan, dal Pakistan all'Iraq.
La nave appare inizialmente sullo schermo del radar. Un puntino giallo ben visibile nella prima luce dell’alba. La cabina della nostra motovedetta è ancora nella penombra e risulta facile leggere gli strumenti elettronici. Una mezz’oretta di navigazione veloce sul mare di onde basse, spazzate da un fastidioso vento teso in arrivo da levante, ed ecco apparire il naviglio all’orizzonte. È grigio e arancione, sembra sporco, mal tenuto, ma irto di gru e torri per lo spostamento del carico. Un massiccio ma vecchio mercantile che oscilla pigro e si muove molto lentamente tra le brume.
 Cerchiamo di verificarne l’identità. Ma è impossibile: sullo schermo non appare alcun dato e da lontano non si notano nomi sulla fiancata, non sventolano bandiere sui pennoni. "Nulla di nuovo. I pirati fanno sempre così. Disinseriscono il sistema di identificazione automatica, così non possiamo riconoscerli dai radar. Indubbiamente sono pirati, trafficanti d’esseri umani che attendono al largo per settimane i loro barchini che arrivano dalle spiagge. Fanno il pieno e poi salpano verso l’Italia. Ogni gommone carico di migranti frutta almeno 100’000 euro. Un business fantastico. Ormai ha soppiantato quello relativo all’esportazione di gas e petrolio", sbotta il 36enne Walid Khalifa Ben Hassan, capitano di questa che è una delle quattro motovedette appena consegnate dall’Italia ai guardiacoste legati al governo Sarraj.
 Sono imbarcazioni in vetroresina, lunghe 27 metri, stazza circa 87 tonnellate, ognuna ha un equipaggio di 13 marinai addestrati di fresco appositamente dall’Italia, la maggioranza nella base di Gaeta. Entro la fine dell’estate dovrebbero arrivare a quota dieci navigli e fanno parte del programma voluto ministro degli Interni, Marco Minniti, volto a controllare e rallentare il traffico dei migranti verso l’Italia in cooperazione con il governo di Tripoli. Eppure, a vederle in azione solo poche settimane dopo il loro arrivo, le motovedette appaiono in serie difficoltà di fronte al compito che si sono preposte. "Abbiamo problemi seri. In primo luogo sono motovedette che usava la Guardia di Finanza italiana, che vanno bene contro i contrabbandieri italiani, ma non in una zona di guerra come la Libia. Gli scafisti ci sparano contro con mitragliatrici da 12 e 23 millimetri, calibri perfettamente in grado di forare i nostri scafi e persino mandarli a fondo", osservano i responsabili dei guardiacoste a Tripoli. Walid e i suoi uomini hanno provato sulla loro pelle cosa significhi sfidare in mare aperto le grandi organizzazioni criminali. Circa una settimana fa erano imbarcati su di una corvetta appartenuta alla vecchia marina militare di Gheddafi quando sono stati attaccati in forze. "Per fortuna la nostra nave era corazzata e armata con tanto di cannoncini e lanciarazzi, altrimenti per noi sarebbe stata la fine - ricorda -. Gli scafisti hanno cominciato a prenderci di mira con mitragliette pesanti posizionati sulle spiagge. Quindi hanno lanciato in mare i loro motoscafi migliori e più veloci. È stato l’inferno, per fortuna non eravamo a bordo delle barche italiane, che non sono blindate e sono disarmate. Siamo comunque fuggiti verso il largo. I nostri motori sotto sforzo e alla velocità limite di 42 nodi hanno cominciato a sprigionare uno spesso fumo nero. Tanto che loro pensavano di averci colpito e che stessimo affondando tra le fiamme". L’incidente è avvenuto al largo di Sabratha, la cittadina costiera una sessantina di chilometri a ovest di Tripoli dove le bande criminali hanno creato una sorta di loro repubblica indipendente. Da allora i comandi di Tripoli evitano di incrociare da quelle parti. Semplicemente non hanno i mezzi per contrastare i nemici.
 Ma il grave è che la situazione sta diventando critica anche dove noi siamo in navigazione. Il radar indica  che ci troviamo circa a 8 miglia dal porto di Tripoli, con l’arrivo del sole brillano all’orizzonte i grattacieli del lungomare. Dunque siamo all’interno delle acque territoriali e i guardacoste hanno tutto il diritto di fermare e perquisire il cargo di fronte a noi. Ma loro via radio rifiutano di farlo. "Siamo una nave della Nato e oltre 12 miglia dalla costa. Allontanatevi di almeno 4 miglia. Altrimenti considereremo che state compiendo un atto ostile e reagiremo di conseguenza", dicono, prima in arabo claudicante, poi in inglese perfetto. "Assolutamente no. Siete nelle acque territoriali libiche, avete il dovere di farvi riconoscere", replichiamo. Segue un lungo silenzio. Non rispondono. Sino a che dal loro ponte giungono alcune brevi raffiche. Tirano alto sul nostro pennone. Walid tentenna, poi ordina la ritirata. "Ci sparano contro, sono tiri d’avvertimento. Noi non possiamo fare nulla", spiega. Così, mestamente, cambiamo rotta e puntiamo diritti al nostro porto.
11-06-2017 01:00


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