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Tormentati e solitari,
animati dalla genialità
Elisabetta Moro
Chi è
Elisabetta Moro è professore di antropologia culturale, mitologie contemporanee e tradizioni alimentari del Mediterraneo all'Università di Napoli.
Il talento fa quello che vuole, il genio fa quello che può". Lo ha detto Carmelo Bene, il genio mal compreso del teatro italiano. Uno che con l’eccedenza del sé faceva i conti ogni giorno. Come capita sempre a chi è posseduto dall’arte. Trapassato da parte a parte, infilzato come un martire dalla freccia appuntita di un ingegno fulmineo che fende l’aria e divide la storia in un prima e un dopo. Dopo Giotto, Raffaello, Michelangelo, Caravaggio, Picasso, Frida Kahlo, Botero, Modigliani, Marina Abramovic. Dopo di loro la rappresentazione del corpo non è più stata la stessa. Non tanto per un progetto artistico premeditato, ma per un accadimento inaspettato. Perché il genio, appunto, fa quello che può. Al genio non si comanda. Come al cuore. Lui giudica e manda, modella e cancella, concentra e disperde. Riplasma il mondo come un demiurgo, come un dio della creazione che genera qualcosa che prima non c’era. Diceva il poeta Ezra Pound che il genio è la capacità di vedere dieci cose là dove l’uomo comune ne vede solo una e l’uomo di talento ne vede due o tre.
Purtroppo, gli artisti animati dal soffio della genialità spesso conducono vite tormentate, solitarie, raminghe. Amano alla follia, soffrono al punto di impazzire, patiscono sulla loro pelle le piaghe dell’incomprensione. Raramente capita che la società riesca a capire la loro natura di esseri speciali. E ci vuole tutto il cinismo, anche questo geniale, di Ennio Flaiano per dire che "il peggio che possa capitare a un genio è di essere compreso". Perché diverte chi non lo è, ma non consola affatto chi ha la ventura di esserlo. E si vede stigmatizzato da una collettività che cerca di addomesticarlo alla normalità. Di ricondurlo dentro il recinto delle convenzioni che rassicurano. Invece il genio, malgrado se stesso, sta lì, fuori dai ranghi, a provocare i benpensanti. Come è capitato al celebre pittore Antonio Ligabue, posseduto da un bisogno di creare che lo ha reso un disadattato.
Un pazzo incompreso, come racconta Renato Martinoni nel suo nuovo libro La campana di Marbach. Antonio Ligabue romanzo dell’artista da giovane appena pubblicato da Guanda. I medici cercano in tutti i modi di decifrare il "demente" Ligabue, ma lui sfugge ad ogni inquadramento psichiatrico. Si dimena come un pesce nella rete. Ma il suo dramma diventa lo specchio di quella parte dell’umano con la quale è difficile fare i conti senza sentirsi mancare il terreno sotto i piedi. Perché chi soffre vive all’ennesima potenza e getta in faccia agli altri il di più dell’esistenza. Quel di più che si è fissato sulle tele tormentate dell’artista di Zurigo. Ma anche nei corvi neri che volteggiano sul giallo speranza di Vincent Van Gogh. Nei volti accecati dalla luce di Modigliani. Nell’urlo verdeazzurro di Edvard Munch. Nella calma olimpica di Anish Kapoor. Negli spiriti di madreperla di Rebecca Horn. Nei ragni giganteschi di Louise Bourgeois. Nell’uomo che cammina di Alberto Giacometti. Nei volti disfatti di Françis Bacon. Negli orologi liquefatti di Dalì. Insomma, in quella teoria di giganti che rende esaltante la storia dell’umanità.
21-11-2020 22:30



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